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Naufraghi senza volto

Cristina Cattaneo la scienza per il valore dell’identità

Naufraghi senza volto

Cristina Cattaneo la scienza per il valore dell’identità

A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.” Così scrive Totò nella sua celebre poesia, ma l’esperienza di Cristina Cattaneo insegna che Totò si sbagliava: ai morti tocca una diversa sorte, in base a chi sono, da dove vengono e come muoiono. Cristina Cattaneo, l’anatomopatologa più famosa d’Italia, docente di medicina legale, fondatrice e anima del Labanof (laboratorio di antropologia e odontologia forense della Statale) da molti anni si occupa di cadaveri e resti umani senza un nome, «persone scomparse nell’oblio, dimenticate da tutti».

È dopo la morte del padre nel 2013 e il naufragio di un barcone con circa 400 eritrei a bordo, il 3 ottobre dello stesso anno, che ha sentito l’esigenza di fare qualcosa, di dare una storia, un’identità, a resti umani, dai santi fino agli ultimi, ciascuno con la propria dignità. Non è stato facile far comprendere al mondo accademico, politico e all’opinione pubblica l’importanza di far sì che un morto senza identità non rimanga mai più nel limbo di chi non sa, e che un parente possa trovarlo, onorarlo e iniziare a elaborare, con i dovuti tempi, il lutto. I dettami universali del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani esortano sempre a dare un nome ai morti e a dare loro sepoltura. In concreto, nel sistema italiano, quest’obbligo si riduce a poche righe del Codice di procedura penale.

Le tragedie che quotidianamente avvengono nel nostro Mar Mediterraneo impongono una riflessione sull’importanza di dare un’identità ai resti umani. L’unica cosa peggiore di sapere che il proprio figlio è morto, è vederlo vittima di un’ulteriore ingiustizia: non poterlo seppellire, non avere un posto in cui rendere omaggio, con il pianto, una preghiera.

«Era un’occasione unica per mettere la scienza a disposizione di un’emergenza umanitaria» che spesso vediamo distante e pensiamo non ci riguardi più di tanto. Facciamo fatica a immaginare questi ragazzi, madri, bambini che hanno avuto una vita prima del viaggio in barcone, hanno festeggiato un matrimonio, una laurea, sono andati a scuola, hanno riso e pianto per le stesse cose che accadono a noi.
Gli oggetti che vengono ritrovati nelle tasche, o cuciti negli indumenti, spaventosamente simili a quello che anche noi ci portiamo addosso ci danno il senso di quanto vicini siano a noi: bigliettini, foto, disegni, diari, spazzolini da denti, magliette con il logo della squadra del cuore, orologi, una pagella, dolcetti intrisi d’acqua. E fagottini contenenti la terra del loro paese che spesso si portano dietro, come noi cogliamo un fiore o un sasso e lo conserviamo a ricordo di un luogo caro.

Tutto questo può far capire l’entità della disperazione di chi parte e la speranza che li spinge a lasciare la propria terra in cerca di una vita migliore. Che si scappi perché si rischia la prigione e la tortura nel proprio paese, o più banalmente la fame, una cosa è certa: nessuno lascia il proprio paese affrontando viaggi rischiosi se non ne ha realmente la necessità. È facile non voler guardare, dimenticare in fretta le immagini che ci riportano i telegiornali e tornare alla nostra vita.

Cristina Cattaneo da molti anni si occupa di cadaveri e resti umani senza un nome, persone scomparse nell’oblio, dimenticate da tutti. La storia dei migranti morti e di quelli tra loro rimasti sconosciuti si porta dietro, per lei, un elemento emotivo in più: la condivisione del lutto, nello stesso periodo, con i parenti delle vittime del primo disastro di quel genere, il naufragio di fronte alle coste di Lampedusa di un barcone con circa 400 eritrei a bordo, il 3 ottobre 2013. Da allora è coinvolta, insieme ai colleghi del Labanof, nell’identificazione dei migranti morti in mare.

Venerdì 28 luglio a Mel, nell’ambito di Trichiana Paese del Libro, è stato presentato il libro “Naufraghi senza volto” con letture teatrali a cura del Teatro della Cooperazione. Il libro è un racconto di «come si è cercato, tra mille difficoltà, di accorciare le distanze tra noi e i migranti, tentando in qualche modo di tutelare i loro diritti e di trattare le loro vittime come le nostre.»

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