Vivremo ancora in montagna?

dati e prospettive per il nostro territorio

Lunedì 4 febbraio «Parliamo di diritto» ha affrontato un argomento sulle prospettive di vivere in montagna. Ad approfondire l’argomento il sociologo Diego Cason e Carlo Arrigoni, che hanno presentato e commentato i dati statistici elaborati dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre.

Questa l’analisi di Carlo Arrigoni. Provincia dalle due facce. Belluno? Che problemi ha? E’ da vent’anni in cima alle classifiche de “Il Sole 24 Ore” per qualità della vita. 1° posto assoluto nel 2017, 3° nel 2018. Primeggia in sicurezza, ecosistema urbano; PIL procapite (14° in Italia), tasso di occupazione (7°), zero furti d’auto, ambiente naturale e sociale pulito. Belluno, di che ti lamenti? Cosa c’è che non va?

Giri la moneta e per questa analisi non c’è bisogno di studiare le statistiche, i punti deboli li vediamo eccome. Calo demografico, bassa natalità, spopolamento della montagna, scarsissima imprenditorialità (104° posto!), impoverimento di professionalità anche artigiane. Siamo in pochi e politicamente non contiamo nulla. 200.000 abitanti in una regione che ne conta 4,9 milioni. Pochi, politicamente litigiosi e invidiosi, geograficamente divisi tra cadorini, feltrini, agordini, alpagoti, comelicensi, belumat.

I numeri statistici sciorinati da Diego Cason sono impietosi, specie se messi a confronto con le altre province montane come Sondrio, Verbania o Udine, Pordenone, senza parlare di Bolzano e Trento che tra tutte sono le uniche che hanno indicatori crescenti.

“Dobbiamo andare tutti nella stessa direzione, puntando sui punti di forza” sintetizza Arrigoni.
“La prima scossa deve venire da noi – attacca Cason – non possiamo pensare di tenere in piedi Unioni Montane, Consorzi, Provincia, società partecipate ecc. che si pestano i piedi una con l’altra; competenze che si sovrappongono, a volte che si contraddicono. Dobbiamo decidere cosa fa ognuno di questi enti; e se vediamo che non servono, dobbiamo avere il coraggio di tirarli via. La Provincia deve tornare ad essere un ente elettivo, con mandato popolare, che possa fare delle scelte, perché attualmente non le sta facendo. Non fare scelte è già ‘una scelta’: la peggiore di tutte. Il primo problema è la riorganizzazione amministrativa.

LA REGIONE ALPINA

Il secondo problema è il dialogo con la Regione del Veneto, sono anni che si tenta di dialogare, ma non ci si riesce. Bisogna costruire la “Regione Alpina” nella quale i territori che hanno caratteristiche omogenee si attrezzano di strumenti simili. Finché il potere legislativo è a Venezia non ce la faremo mai. Abbiamo provato a inserire provvedimenti specifici come la Legge 25, ma poi non viene attuata. D’altronde la Regione guarda agli interessi della maggioranza della popolazione e cioè ai 4,7 milioni che vivono nella pianura. La Regione ha la visione dell’urbano, se vogliamo che le cose cambino in nostro favore bisogna spostare il centro decisionale legislativo dalla pianura alla montagna.

I GIOVANI

I problemi son tanti ma il centro da cui partire sono i giovani e le loro competenze. Noi ci preoccupiamo degli immigrati, in provincia sono arrivate 12.000 persone, ma nel frattempo dal ‘90 al 2016 ne abbiamo perso 13.000. Giovani che sono andati via e che trovi proprio nelle province di Bolzano e Trento ai massimi livelli, che sanno fare benissimo il loro mestiere, e lo potrebbero fare anche qui. È una questione che riguarda tutti noi. L’aspetto economico e della titolarità sono fondamentali: se non riusciamo a tenere qui i giovani non c’è speranza. I fondi di confine li utilizziamo solo a fare opere, non c’è un progetto organico per la formazione, per portare qui un’Università, per dare una possibilità di carriera e di successo ai nostri giovani, favorire la possibilità di costruire un’impresa, consolidare la capacità di prendere iniziative. Il conflitto di visione si trasforma poi in difficoltà operative.

Non dobbiamo perdere la speranza, perché abbiamo un territorio straordinario, non inquinato, abbiamo eccellenze nella produzione del latte, della carne, che ad esempio Bolzano sogna. Ci vogliono strumenti di amministrazione su misura per le realtà alpine. Non l’indipendenza per fare da soli, chiudersi nella parola autonomia è un errore colossale. Noi viviamo perché sappiamo esportare. Assurdo pensare di chiuderci nel nostro mondo alpino e sopravvivere. Servono invece strumenti per vincere la concorrenza, restare aperti al mondo. Riuscire a fare le cose bene come le fanno gli altri: questa è la vera Autonomia”.

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