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Nani Calvani (Domenico Canzan) da Libàno

fotografo di paese

Nani Calvani (Domenico Canzan) da Libàno

fotografo di paese

Artista geniale e pioniere della fotografia, nacque il 7 giugno 1874 nei pressi di Barp, sopra Libàno. A soli 17 anni emigrò in Svizzera, dove lavorò per circa 4 anni in una fabbrica di orologi e successivamente si spostò in Germania, dove rimase per altri 10. Si sposò alla fine del 1800 con la compaesana Rosa Rosso, fissando la sua residenza a Chius sopra Barp.

Dopo il rimpatrio, orologiaio e fotografo
Ritornato a casa verso il 1905, continuò il mestiere di orologiaio, recandosi per le riparazioni presso il negozio della signora Calvani a Belluno e fu così che gli venne affibbiato quel soprannome. Contemporaneamente si costruì una macchina fotografica in legno di notevoli dimensioni, a cui applicò un obiettivo portato dalla Germania. Nello stesso periodo dipinse su tela il primo di una serie di fondali da metri 3 x 4.
Nel frattempo era andato ad abitare a Le Lade, località pure situata sopra Barp, dove poté adibire a studio una stanza al piano terra e dove, dopo aver acquistato un robusto cavalletto di legno, poté eseguire le prime fotografie usando i fondali più impensati. Naturalmente aveva pure la camera oscura per lo sviluppo. A farsi ritrarre, venivano anche famiglie al completo per mandare poi un ricordo agli uomini emigrati all’estero. Talvolta erano così poveri che la famiglia del fotografo prestava, per la foto, un vestito decente.

Anche fotografo ambulante
Nel 1910, certamente dando fondo ai suoi risparmi di emigrante, acquistò una bicicletta nuova fiammante, dotata pure di contropedale per frenare meglio in discesa, e si presentò nella piazza di Bolago tra lo stupore e la curiosità di adulti e bambini che gli si stringevano intorno esclamando: Aveu vist Calvani star su su doi rode e ‘ndar anca a Belun? Era la prima bicicletta che si vedeva lassù e quindi, si racconta, che l’evento fu memorabile. Per esercitare la sua arte anche come ambulante, si costruì un’altra macchina fotografica di legno e un cavalletto leggero e pieghevole, entrambi trasportabili con la bicicletta. I più anziani anni addietro ricordavano ancora quando Domenico Canzan, alto e magro, passava con la sua stracarica bicicletta (in una cassetta di cartone, incastrata nel telaio, c’erano la macchina fotografica con soffietto, il cavalletto, le lastre di vetro, ecc.). La bicicletta con l’attrezzatura mobile gli permetteva poi di estendere il suo raggio d’azione in modo straordinario; a giorni fissi infatti si recava a Mel e a Sospirolo; girava inoltre per le scuole e gli asili del circondario, spingendosi addirittura fin nell’Alto Agordino. Faceva pure il reporter, immortalando feste paesane, cerimonie religiose, matrimoni; girava anche nei campi e nelle cave di pietre molari per ritrarre contadini e molàs (cavatori e fabbricanti di mole) al lavoro. Immortalò anche la marea di gente che a Voltago Agordino attendeva l’apparizione della Madonna. Capitava spesso che egli si fermasse nelle case sia per le sveglie da riparare che per scattare delle foto.

La sua arte
Le sue foto (sia pure in bianco e nero) sono degli autentici quadri; c’è in esse uno studio dei giochi di luce, con il sapiente uso del chiaro e dello scuro (specialmente negli abiti e negli ornamenti delle persone) che dà “colore” e profondità alle immagini e ricorda, nella disposizione e nell’angolatura dei soggetti da fotografare, i ritratti dei più celebri pittori, certamente a lui noti. Particolarmente indovinata è poi l’introduzione di elementi atti a rendere più gradevole ed equilibrata (oppure più “movimentata”) la composizione. Per la buona riuscita di una foto, i soggetti dovevano stare immobili in posa per 5 secondi; egli allora distraeva i bambini con fischietti e campanelli come un esperto clown. Appassionato di opere d’arte, divoratore di libri che ogni tanto acquistava, autodidatta, aveva una grande sensibilità artistica e una cultura superiore, frutto sia di quelle letture che del suo soggiorno all’estero. Pur non essendo credente, conosceva molto bene la Bibbia, che leggeva anche ai figli esortandoli al bene. Era pure un grande appassionato delle profezie di Nostradamus che leggeva ad alta voce all’osteria.

Il trasferimento a Bolago
Nel 1921 si trasferì con la famiglia a Bolago, proprio di fronte alla chiesa parrocchiale. Anche qui però, non avendo ancora lampade o fari, fu costretto ad utilizzare esclusivamente la luce solare. Quando i due figli Maria e Ugo, pure appassionati di fotografia, furono più grandicelli, cominciò a farsi aiutare da loro nello studio. Verso il 1937-38 gli subentrò il figlio Ugo. Morì nel 1951 lasciando un eccezionale patrimonio di lastre fotografiche.

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