Il Jazz è un genere musicale che fonda la sua storia negli Stati Uniti a partire dalla fine del XIX secolo, ma ha avuto una grande diffusione e influenza anche in Italia. Inizialmente questa musica fu accolta con sospetto dalle autorità religiose, culturali e politiche, poiché rompeva una serie di convenzioni sociali oltre che musicali, ma si è poi diffusa come uno dei generi più colti e affermati. Un capitolo a parte merita la storia dei molti musicisti di origine italiana, in gran parte del Sud, che hanno portato il loro talento nella vicenda del Jazz statunitense ed europeo a partire dalla fine dell’Ottocento. Ne parlo con Gianluca Galli di Borgo Valbelluna che ha intrapreso il compito, mai tentato prima, di esplorare le vite e le carriere di centinaia di musicisti di origini italiane accreditati in incisioni di rilevanza jazzistica avvenute fino al 1942.
Di che cosa si tratta e come è cominciato il tuo interesse per questo tema? Questo mio primo volume è un personale tentativo di enciclopedia tematica basata sull’opera di Brian Rust che accredita i nomi, a volte storpiati o americanizzati, di quasi seicento musicisti di origine italiana, la maggior parte quasi completamente dimenticati. Dal 2004 ho iniziato a collezionare vecchi dischi 45 giri e dal 2005 i 78 giri in gommalacca che si usavano nei grammofoni. I più vecchi sono del 1904/05. Attualmente ne possiedo più di quattromila, tremila di musica Jazz.
Da dove ricavi le informazioni per questa ricerca? Partendo dalla traccia di Rust, ho pianificato di produrre per ogni musicista una biografia tematica costituita dalla ricostruzione delle origini, della composizione, della storia dell’emigrazione della famiglia e, in secondo luogo, ho riportato l’ordine cronologico di tutte le incisioni di interesse jazzistico documentate. Ho studiato i quotidiani e i periodici dell’epoca, gli archivi delle pubbliche amministrazioni e, a volte, ho avuto la fortuna di sentire i discendenti di alcuni musicisti. I ricordi orali, le testimonianze scritte, i ritagli di giornale e le foto conservate negli album personali sono stati preziosi e mi hanno spinto a proseguire la mia ricerca, motivandomi soprattutto nei momenti di sconforto dati dalla vastità dell’opera.
Che cosa ti ha colpito di queste storie? L’emigrazione di molti musicisti e delle loro famiglie ha rappresentato enormi sacrifici, ma ha dato opportunità che l’Italia dell’epoca non avrebbe mai potuto offrire. Sono storie di emigrazione, di povertà nel paese natale, di lunghi viaggi, di discriminazione razziale, di lavori umili, ma anche di talento, di successo e di fama. Particolare la storia di Maurice Baldisseri, attivo in Inghilterra, in Argentina e in Italia. È partito a soli 14 anni per la Scozia dove ha fatto il cameriere, a Londra ha trovato occupazione come barbiere, ma di notte si esercitava con la tromba chiuso in un armadio per non disturbare i vicini.
La tua ricerca proseguirà? Ho già completato il secondo volume che intendo pubblicare a breve. Poi la strada è ancora lunga, ma vedo che l’interesse che sta riscontrando questa prima opera è concreto; pertanto, mi sento motivato a continuare la mia ricerca. Immergendomi nelle storie di questi migranti italiani ho avuto, a volte, l’impressione di conoscere di persona gli uomini e le donne di cui mi sono occupato e vorrei poterli ringraziare per aver lasciato traccia delle loro vite negli occhi, nei pensieri e nella mia penna.