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Mondiali di Karate

argento per Sara Giazzon di Santa Giustina, bronzo per Andrea Fiabane di Sedico

Mondiali di Karate

argento per Sara Giazzon di Santa Giustina, bronzo per Andrea Fiabane di Sedico

Dai la cera, togli la cera” e Daniel imparava il karate lucidando auto, condotto nelle tecniche di un’antica e nobile arte marziale dal maestro Miyagi, giapponese di Okinawa trapiantato in America.
Era il 1984 e il film sul karate spopolava al cinema. Quando lo racconto ai miei interlocutori (cosi, giusto per far loro sapere che io di karate me ne intendo) loro si guardano e ridacchiano. Mi dicono che sì, è un bel film da botteghino, ha una bella sceneggiatura ma con il karate non c’entra proprio niente. E se lo dicono loro c’è da crederlo: loro sono Sara Giazzon di Santa Giustina e Andrea Fiabane di Sedico, cinture nere rispettivamente di secondo e di primo dan e medaglie d’argento e di bronzo ai Campionati Mondiali Iku di karate dello scorso ottobre a Caorle. Questa è la loro storia.

Ragazzi, quanta fatica c’è voluta per arrivare fino alle medaglie ai mondiali?
Più che fatica, impegno e costanza: noi facciamo karate da quando eravamo bambini e fa parte della nostra vita. Da sempre ci alleniamo tre volte la settimana, e facciamo le gare nel week end. Per noi il tatami è un’oasi di tranquillità nelle nostre giornate: indossiamo il kimono, saliamo sul materassino e il resto sparisce. Restiamo solo noi, i nostri movimenti e il nostro maestro.
Che tipo di disciplina è la vostra?
È un’antica arte marziale che ha più specialità: c’è il Kata, che noi facciamo meno, che è in sostanza un combattimento simulato; l’obiettivo è l’eleganza dei movimenti e l’armonia dell’insieme, ci sono molte tecniche e posizioni possibili. Noi facciamo Kumitè, che è un combattimento libero con diverse tecniche di combattimento. Calci, pugni, prese e leve.

Botte da orbi, insomma.
In realtà no. Usiamo delle protezioni per non far e non farci male davvero, e il combattimento non deve mai andare oltre il limite del rispetto. Se dopo un pugno il tuo avversario muove il collo indietro, tu prendi un punto di penalità perché avresti potuto fargli male. Devi sempre misurare i movimenti, calcolare le conseguenze, sapere dove arrivi e con che forza.

Uno sport molto di testa, quindi…
Uno sport che richiede molta concentrazione e determinazione. Quando sei in gara ci sei solo tu e l’avversario. Il giorno dopo ti svegli spesso dolorante, ma fa parte del gioco, e non sai come ti sei fatto quella botta o quel graffio.

Tornando al mio film, è uno sport violento? È necessario essere aggressivi?
Ma no (ridono di gusto, ndr)! Mica facciamo risse da strada! È uno sport nel quale, come tutte le arti marziali, si è da soli nel momento del combattimento, ma poi siamo tutti amici e ci facciamo il tifo a vicenda. Non è uno sport molto praticato, e alla fine ci conosciamo tutti.

Che emozione è stata vincere al mondiale? Roba che non capita certo tutti i giorni!
Una cosa pazzesca! C’erano atleti da tutto il mondo e noi abbiamo vinto. Avevamo un tifo da stadio: le nostre famiglie urlavano che neanche a San Siro. Ed è stata una vittoria cosi inaspettata che sono andati di corsa in un negozio a comprare due tricolori per il podio!

E il vostro maestro?
Max (Massimiliano Polato) era il più felice di tutti: ci alleniamo con lui da quando siamo bambini e crediamo che la soddisfazione sia stata impagabile. Come quella dei nostri genitori che sempre ci hanno sostenuto e aiutato. I miei professori (Andrea frequenta l’Istituto alberghiero di Longarone, ndr) hanno appeso in classe l’articolo di giornale con la mia vittoria e i miei prof (Sara va all’Istituto “Galilei” di Belluno, ndr), orgogliosi del risultato, se ne ritenevano un po’ partecipi!

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