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Menin – L’odore di una terra antica

viaggio tra i ricordi di Ferruccio De Bortoli

Menin – L’odore di una terra antica

viaggio tra i ricordi di Ferruccio De Bortoli

Menin non è soltanto un luogo famigliare. È un piccolo scrigno che, con il passare degli anni, racchiude e conserva sempre più sentimenti ed emozioni. Anche quelli che nulla hanno da spartire con la Val Belluna. Li ho portati tutti qui nella casa di famiglia – libri, fotografie, oggetti di varia natura – per dare loro un ordine e persino un senso. I luoghi del cuore e dell’infanzia sono il rifugio della memoria. Sono una sorta di buen retiro. Anche per chi non ha alcuna voglia di ritirarsi. E, dopo alcuni giorni di silenzio, verde e riposo, vede crescere il bisogno di tornare nella città dalla quale il giorno dopo si vorrebbe fuggire. Qui nacque mio padre nel 1922, quarto dei cinque figli di mia nonna, Antonia, e di mio nonno Ferruccio che mai conobbi perché morì nel 1937. Immagino quanto fosse dura la vita in quegli anni. Ci penso spesso perché la memoria di antiche lotte per la vita colora diversamente la nostra quotidianità. Che cosa sono le difficoltà di oggi paragonate con gli stenti di allora?

Menin conserva, in molti suoi aspetti, gli angoli di dignitosa sofferenza di una civiltà contadina decimata da guerre, malattie, dispersa in tanti correnti migratorie di cui oggi abbiamo perso la memoria. Mia nonna si trovò a tirar su cinque figli (Ernesto, il maggiore, poi Alice, Bruno, Giovanni mio padre e Ginetta). Lo fece senza mai lamentarsi. Conservava negli occhi i ricordi di privazioni, di rappresaglie tedesche contro i partigiani, di case che bruciavano, come la sua, di inverni freddi e raccolti magri, di troppi bimbi che morivano alla nascita, di pochi animali e poca terra cui erano legate le speranze di sostentamento. Ma anche della bellezza delle stagioni, dell’autenticità dei legami perdonali e della sintonia con il territorio. Una volta sola la vidi senza quel foulard nero che le copriva costantemente la testa (era anche quello un velo a pensarci bene). Aveva ancora tanti capelli bianchi e mi sembrò ancora più forte, una piccola roccia nera.

Nei miei anni giovanili la meccanizzazione dell’agricoltura era agli albori. Pochissimi trattori o falciatrici. Si tagliava l’erba con la falce. Io ci provai una volta, disubbidendole, e incidentalmente le procurai una leggera ferita a una gamba. Lei non disse niente. Lasciò scendere il sangue, prese la falce e continuò a tagliare l’erba. Sono cose che succedono, disse cercando di vincere il mio senso di colpa.

Fino a un’età anziana, mia nonna riusciva ad allevare da sola una vacca. L’unica. In una corte nella quale ve ne erano diverse, accudite come fossero un tesoro. Quando venivano liberate per abbeverarsi, invadevano l’aia e noi bambini correvamo al primo piano per ripararci e vederle correre. Ascoltavamo, ridendo, le imprecazioni di Jio, il nostro vicino (anche lui De Bortoli) che doveva governarle. Lui e Silvia erano i genitori di Fiore, Gioanin, Gino, Armando, Nerina, parte della nostra famiglia allargata pur non essendoci alcuna parentela. La corte era un grande spazio famigliare, si stava tutti insieme, specialmente d’estate. Tutta Menin viveva un’agitazione inconsueta.
Oggi è un borgo placido avvolto in un silenzio, per noi cittadini, irreale. Negli anni Sessanta non c’era spazio per mettere le auto che gli immigrati a Milano o altrove esibivano fieramente nella terra natia. Simboli di successo personale. Le macchine venivano continuamente lavate e magari ricoperte con un telo di plastica per proteggerle.

Il centro di Menin aveva due esercizi commerciali, un gioco delle bocce, un telefono pubblico. C’era animazione nelle corti, bimbi che uscivano con le biciclette, voci che si rincorrevano da una finestra all’altra. Noi abitavamo, come dire, un po’ in periferia. In centro, vicino alla piazza che oggi ha ritrovato la sua fontana, ci stava la zia Brigida. Andarla a trovare era già una piccola gita. “Attenti alle auto e ai motorini”.
Quando si andava a raccogliere il fieno, noi piccoli (io e mio cugino Giorgio) venivamo issati sul carro, nei campi del Col Ferer, al termine di dure giornate sotto il sole estivo. Il viaggio di ritorno, dopotutto poche centinaia di metri, sfiorando le foglie degli alberi più alti, lambendo la grande vite che dava ombra alla corte, era un’avventura, persino una prova di maturità.

I ricordi, con il passare degli anni si sovrappongono fino a confondersi un po’: la moto di Fiore, la giardinetta di Gioanin che veniva a prenderci alla stazione di Feltre (mio padre fece la patente molto tardi); le uscite a caccia con Gino e il suo leggendario pointer di nome Tea, le lunghe giornate trascorse con Attilio Gris (Nicola), sua moglie Maria, i figli Wanda, Avio, Rita. Attilio Nicola è stato per me una sorta di Virgilio. Una guida alla scoperta dei segreti della vita contadina, una persona straordinaria, curiosa, a suo modo colta, capace di sottili ironie. Lo ricordo con nostalgia e gratitudine.
Ogni volta che torno a Menin sento l’odore di una terra antica ed è come se le strade fossero ancora sterrate, bianche. Come se ci fossero gli stessi rumori di un tempo, bambini che giocano nelle corti, animali un po’ dovunque, poca elettricità. Ogni piccola cosa – l’arrivo del panettiere ambulante, il rombo di un’auto (“Chi sarà mai a quest’ora?”), il fruscio di una persona in bicicletta (erano senza cambi, una fatica) – era accolta con entusiasmo, curiosità o, a volte, profonda preoccupazione. Era un piccolo mondo antico che oggi, per le vie di Menin, se solo ci sia ferma un attimo, indisturbati dai segni della modernità, si può ancora intravvedere sul filo ingannevole della nostalgia.

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