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Masi Simonetti

L'artista di Zoppè

Masi Simonetti

L'artista di Zoppè

L’importanza dell’opera pittorica di Masi Simonetti, nato a Zoppè di Cadore nel 1903, è caratterizzata da due aspetti fondamentali e per un certo verso opposti: da un lato l’artista aveva la grande ambizione di capire i segreti della pittura, considerava un quadro “una questione di pesi e di misure”, fatto di armonia tra colori e sintonia delle forme. Il suo desiderio lo aveva spinto nella missione di scoprire i più grandi protagonisti dell’arte mondiale, conosciuti e ricercati soprattutto nella Parigi della prima metà del secolo. La sua arte infatti testimonia una prima sensibilità impressionista, per passare all’espressionismo e arrivando infine negli anni 40 al puro astrattismo.

Il rovescio della medaglia era però che la nuova cultura “moderna” si imponeva di fronte agli occhi di Simonetti con le sue pratiche corrosive e demolitorie, irridendo le forme della tradizione, i suoi buoni sentimenti, le sue intenzioni consolatorie e moraleggianti di umile montanaro, smontandone gli artificiosi meccanismi, le supponenti retoriche, il linguaggio solenne: tutto il bene era all’orizzonte dove presto sarebbe sorto il sole del nuovo millennio, mentre alle spalle restavano solo le insignificanti rovine del passato, di quel passato che gli era famigliare alle pendici del Pelmo.

Nell’immediato dopo guerra, sospinto dalla nostalgia di un’esistenza meno frenetica, Masi cominciava a ritornare sempre più frequentemente a Zoppè. “Il paese è isolato dal mondo” scriveva alla moglie nel 1948 “ciò è poetico per coloro che sono stravaganti come me. Ci sono delle cariche incessanti di nuvole, come dei cavalli selvaggi, arrabbiati, agili, che si lanciano, sciabolano, fendono, s’insidiano umide dappertutto. Siamo in cielo, siamo in paradiso, siamo all’inferno”.

Riscopriva però una terra natale profondamente mutata, lontana dagli anni dell’infanzia: la montagna bellunese stava vivendo il primo vero “miracolo economico”, maturava l’era del turismo di massa, una nuova fase storica con una forma di civilizzazione imperniata sull’industria turistica.

Le Dolomiti si scoprivano stravolte, sia sotto il profilo ambientale, che riguardo all’assetto sociale: i locali, come accade a chi perde la memoria, stavano diventando stranieri a sé stessi senza nemmeno accorgersene. Simonetti, da attento osservatore, avvertiva questa eclissi della memoria che stava incombendo e che rappresentava una minaccia alla sopravvivenza civile, una vera insidia per il futuro e che toglieva il respiro al presente. In questo contesto Masi metteva al centro della sua arte l’indagine su questa “mutazione antropologica” della società di montagna, da denunciare attraverso forma e colore: l’artista diventava un guerriero che cercava di svegliare le coscienze, nella disperata speranza di sopravvivenza della tradizione.

Le sue opere diventano lucide riflessioni sulla gente un tempo amica, ora straniera: La “Piccola Mascherata” del Museo Civico di Belluno e la “Grande Mascherata” del Comune di Zoppè sono due straordinari esempi di indagine sociale, dove l’artista vuole raccontare, con una composizione forzata al limite dell’espressione: è la radice dell’uomo di montagna che si rivela, con le chiusure psicologiche, i suoi incubi, i suoi tormenti interiori, e quel senso sempre incombente di natura arcigna. Tutta questa dinamica non può che determinare l’evento della omologazione che l’artista traduce nel simbolo della maschera, presente e caratteristica di tutte le opere del periodo.

“La morte del poeta” del 1965 è il culmine di questo processo, l’opera finale del percorso di vita, realizzata tre anni prima della morte: il poeta, emblematico portatore di una salvezza più umana che divina, non viene ascoltato e viene ucciso in un contesto totale di regressione dell’intelligenza e dei valori autentici. Questa sofferenza, derivante dalla delusione di un amore tradito, quello verso l’uomo e verso l’universo, non può quindi che portare ad un’abiura verso l’arte.

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