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Mariana – Storia di una badante clandestina

che passò la frontiera nascosta sotto la scocca di un’auto

Mariana – Storia di una badante clandestina

che passò la frontiera nascosta sotto la scocca di un’auto

C’è qualcuno che conosce la Moldavia? Quel poco che conosciamo lo sappiamo dalle badanti che assistono i nostri genitori/nonni o dalle notizie del TG che la descrive come un territorio al quale la Russia sta mettendo sopra gli occhi (leggi “carri armati”) per riprenderselo.

MARIANA
Mariana Bocan è una signora molto giovanile che abita a Campel di Santa Giustina. Ora è una donna felice, circondata da amore, riconoscenza e stima per la sua incredibile storia. Nasce in Moldavia quando era ancora URSS. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra il 1990 e il 1991, Mariana appena sposata si trasferisce nel 1995 a Mosca perché, educata nel contesto culturale comunista, teme che il distacco della Moldavia, avvenuto grazie alla Perestrojka, non porti nulla di buono per sé e per la neoformata famiglia. Col marito ingegnere inizia una nuova vita: lei, infermiera, avvia una esperienza professionale nella riflessoterapia. «Meglio vivere a Mosca in un regime di regole strette comuniste che in un sistema di libertà insicuro nella neo Moldavia. Era un caos: educata in un determinato modo, la rivoluzione aveva ribaltato tutto! Non credi più a nessuno e ti affidi a ciò che hai imparato.

A Mosca ci siamo integrati benissimo, eravamo felici: nel 1999 è nata Michaela e dopo altri tre anni è arrivata Andrea, nata in Moldavia per fare un regalo ai miei genitori. La vita andava a mille finché ho scoperto il tradimento di mio marito con una donna molto vicina alla mia vita. Ho avuto un crollo, tant’è che mi sono ritrovata in ospedale. Ripresami, tanto era grande la delusione e la disperazione che ho preso i miei due fagottini e sono scappata da mia madre in Moldavia. Mi sono sentita scippata di tutto, dei miei sentimenti, dei miei valori. Mia madre mi ha detto: “Vai via, vai in Italia da tua sorella a Mestre, ti tengo le bambine”. “No, non voglio andare in Italia a fare la schiava! Io ho una professione e…!” Però son dovuta venire».

LA FUGA IN ITALIA
Era il 2004. Mariana ha 28 anni; è una donna giovane e coraggiosa. Decide di uscire da clandestina dalla Moldavia. La via del mare non era sicura. «Dissi a mia sorella: “pago di più, ma dammi una soluzione via terra”. Allora pagai 4.000 euro ai contrabbandieri di esseri umani. Da Nisporeni fino alla Polonia viaggiai con i miei documenti veri, in un gruppo c’erano anche due uomini; questo mi rassicurò perché, se fossimo state sole donne, chissà dove saremmo finite. Arrivati al confine, fummo divisi in gruppetti. Consegnatici dei passaporti falsi, ci hanno detto di dimenticare il nostro nome. Io avevo assunto le generalità di una ragazza rumena, ma nascosi il mio vero passaporto perché, se mi fosse andata male, mi avrebbero ricondotta in Moldavia. Ripartimmo e ci condussero in un bosco. Lì ci divisero io mi aggregai a una donna più grande di me, alle nostre spalle il pulmino si dileguò, solo buio, silenzio e paura! Nella notte vidi il luccichio della stella di una Mercedes, due ragazze giovani e un ragazzo che parlava rumeno venivano verso di noi».
IL VIAGGIO SOTTO IL MOTORE
«Aprono il bagagliaio e sotto la macchina mettono una grata di ferro: “Una di qua e una di là, sotto il motore!”. La donna andò in panico, io ero pronta a partire e le dissi: “Maria, se rimani qua ti mangiano i lupi e domani non ci trova più nessuno”. Io non so quante ore abbiamo viaggiato. Le istruzioni erano categoriche: “Quando ci fermiamo, non dovete tossire, parlare, piangere.” Arrivammo a una dogana, la conduttrice scese, a me veniva da tossire, e mi son detta: “non hai tossito fino a qua, che ti succede adesso?”, Nonostante fosse il 10 di febbraio, non avevo né freddo né fame né sete, sentivo solo il battito del cuore e capivo che ero viva, sotto quel motore.
Passata la frontiera poco dopo ci fanno uscire da sotto, non senza difficoltà e ci abbandonano in autostrada. E adesso? Da lì a un po’ arriva un’Audi, un ragazzo rumeno ci invita a salire velocemente, io non mi muovevo: ero un pezzo di ghiaccio. Il ragazzo urlò: “se non salite, vi lascio qui”. Maria mi prese per mano e mi aiutò a salire e, sgommando via, ripartimmo. Il ragazzo ci chiese: “dove vi porto?”. Risposi: “a Venezia”.

Avevo scritto il numero di telefono di mia sorella sul polso, ma si era cancellato. Ho implorato il ragazzo che mi desse il suo cellulare per chiamare mia madre in Moldavia. Telefonata telegrafica: “Mamma avverti mia sorella che tra due ore sono a Venezia, che venga a prendermi… tut tut tut… Caduta la linea.
Il tizio mi dice: “finiti i soldi”. Non sapevo se mia madre avesse capito, mi son detta: “sarà quel che sarà!”. Arrivati a Venezia, alla darsena dei vaporetti, il tizio ci fa scendere lentamente. Io ero in uno stato di nullità completa, uno stato d’animo umano non descrivibile a parole!”. Mariana interrompe il racconto, sospira… restiamo in silenzio, poi si riprende dall’emozione e continua.

VENEZIA: PORTAMI AL TRENO
Scesi. Io vedevo solo acqua, non vedevo un treno. Avevo in tasca 200 euro, gli altri li avevo dati ai contrabbandieri. Mi sono avvicinata a un taxista e gli ho offerto 100 euro, gli ho detto in un italiano stentato: “Mi serve treno!”. Lui mi diceva: “vai là”. Io non capivo; ho tirato fuori anche gli altri 100 euro e lui si mise a ridere. Lui forse mi ha detto che non serviva il taxi e potevo andare a piedi, io insistevo: “Di più non ho, portami treno!” Non ci capivamo. Poi udii il fischio d’un treno e capii. Quel tassista, se fosse stato disonesto, avrebbe potuto prendermi i 200 euro invece fu un gran bel biglietto da visita!

UNA VISIONE: MIA SORELLA
Dopo un po’ vidi mia sorella e mio cognato. Iniziai a tremare e a piangere, la signora mi disse: “non piangere, siamo clandestine, se la polizia ci scopre siamo finite”. Erano le 4 di mattina, una pattuglia si stava avvicinando, mia sorella mi disse: “abbraccia mio marito e bacialo, cerca di calmarti perché se la pattuglia ci ferma, siamo nei guai perché tutti clandestini”. Sono stata male tre giorni. Dovevo riprendermi dal viaggio, dal tradimento, dall’aver lasciato le bambine con una nonna poco conosciuta.

BADANTE IN FUGA PER LA VITA
Mia sorella mi consigliò di trovarmi un lavoro in un posto tranquillo. Avevo una zia a Sospirolo. La raggiunsi. Lei mi disse: “non raccontare del tuo viaggio, non dire che sei separata, devi dire che hai un marito e due figli e che sei qui per mettere insieme un po’ di soldi, altrimenti non trovi lavoro”. Non parlavo una parola, mi hanno affidato un nonno. Sono rimasta con lui due anni, lui non parlava. La figlia mi ripeteva sempre: “parla italiano!”. Con chi? Non uscivo mai se non una volta al mese, per spedire un pacco alle figlie.
Quando è morto, la figlia mi aveva messo in regola, un premio che io ho incassato anche grazie a quelle che mi avevano preceduto, persone poco affidabili che l’avevano derubato, lasciato a letto per poi scappare. Si erano fidate di me, solo quando gli proposi di sostituirmi a una fisioterapista pagatissima che non faceva nulla; ho conquistato la loro fiducia perché non lo facevo per soldi e il nonno stava meglio. Così ho conquistato i documenti.

IL PASSATO DI VERDURA MI HA SCALDATO L‘ANIMA
Una infermiera domiciliare mi aveva visto lavorare con il nonno e ha dato le mie referenze alle sorelle Dina, Silvana, Valeria per la loro mamma Ida di Cergnai. Questo è l’incontro che ha fatto cambiare la mia vita, qui Dio mi ha pagato per tutte le mie sofferenze. Arrivo a Cergnai e la mamma Ida mi accoglie con un sorriso come se mi avesse conosciuta da una vita, l’impatto è stato incredibile, quasi commovente, mi ha proposto anche un caffè!

Secondo incontro positivo: il tassista e la nonna Ida.
Oltre al caffè, prima di riaccompagnarmi al treno mi offrono anche la cena! “Che lusso” mi son detta. Percepivo che l’ambiente era accogliente e amorevole. Il passato di verdura mi ha scaldato l’anima! Mi son detta: Mariana qui devi dare il massimo, qui l’accoglienza è vera, non finta! Nel ritorno alla stazione di Feltre dall’altoparlante sento la canzone “Che sarà” dei Ricchi e Poveri. Un groppo mi sale in gola: “Che sarà della mia vita, chi lo sa”. Salgo sul treno e chiedo a Dio: “Fammi tornare presto in questo paesino”.

PIETRO IL NUOVO AMORE
Le figlie di Ida mi volevano bene, sentivo che era vero amore. Un giorno Dina arriva e mi infila un anello al dito, è stato un gesto che significava il nostro profondo legame come tra madre e figlia. In questa famiglia sono rinata, appagata, l’ho detto anche mia madre: forse è ingiusto nei tuoi confronti perché mi hai voluto bene, ma questa persona mi ha dato l’anima. Lei mi rispose: “Dio lavora attraverso le persone, tutte le mie preghiere ti hanno aiutata!”. Pietro mi aveva notata da tempo, io no. In occasione del Natale mi ero offerta di fare la cioccolata calda per l’US Cergnai, lui arrivò in casa per portarmi gli ingredienti. La sera di Natale mi fa gli auguri in piazza. Poi mi manda a salutare. Chiedo a Dina: “ma quel ragazzo?…”. Lei mi risponde: “è una persona per bene”. Lui ogni tanto mi veniva a trovare, ma io non ero sicura. Nel frattempo, stavo portando in Italia le bimbe: gli ho detto: “guarda che se le bambine non ti accettano la nostra storia finisce”. L’incontro con le bimbe fu invece bellissimo. Andammo a prenderle in auto: 1.800 km di vera gioia. Pietro mi ha aspettato per sei anni fintantoché non è mancata la nonna Ida. È stato paziente».

Poi la nascita di Sofia ha culminato l’amore con Pietro, nella loro bella casa di Campel. Mariana è una donna strafelice, amata, contornata da persone che le vogliono bene, stimata professionalmente quale esperta nel mondo medico di riflessologia plantare. Ha davvero ripreso in mano la sua vita.

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