Ci racconta Aldo Villabruna, appassionato di preistoria e scopritore del sito in val Cismon, che, sulla strada tra Fiera di Primiero e Fonzaso, in località val Rosna, notò prima delle linee nere anomale, per poi trovare ossa di animali, schegge e selci lavorate. «Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il ritrovamento di una selce particolare che ho subito mostrato all’amico Carlo Mondini, il quale ha confermato la mia ipotesi: si trattava di una punta di freccia appartenente a una popolazione epigravettiana. Non essendoci state, fino ad allora, frequentazioni epigravettiane nel territorio bellunese, abbiamo interpellato il professore emerito Alberto Broglio dell’Università di Ferrara. Abbiamo iniziato gli scavi archeologici nel 1988, e il ritrovamento dello scheletro di un cacciatore di 14 mila anni fa con il suo corredo e l’insieme di ciottoli dipinti che coprivano la sepoltura risultano essere una delle più importanti scoperte d’Europa».
Così a Sovramonte è stato aperto un piccolo e prezioso museo, il Muvar, museo dell’uomo di val Rosna, che raccoglie le testimonianze di questo importante ritrovamento, denominato l’uomo del Villabruna, dal nome dello scopritore. La figlia Chiara ha ritenuto opportuno aggiungere un suo contributo ed è nato il libro “L’uomo della Val Rosna” (Dbs).
Chiara racconta la storia di un gruppo familiare che, seguendo la migrazione degli animali, dalla pianura si sposta verso la Val Cismon. La protagonista è una bambina che segue la sua famiglia in questo viaggio, aiuta gli adulti a costruire un riparo e a svolgere mansioni necessarie alla sopravvivenza. Il racconto è accattivante, adatto alla lettura dei ragazzi, il carattere narrativo è sempre basato su dati scientifici. Nella seconda parte del libro Aldo Villabruna presenta e descrive gli oggetti ritrovati con l’ausilio di immagini chiare e dettagliate.
«Non è stato semplice scrivere un testo in cui era necessario rimodulare molti aspetti, approfondire, tenere conto del contesto storico e, nello stesso tempo, lasciare spazio all’immaginazione. Ho dovuto porre attenzione alle parole e ai concetti, per esempio non potevo riferirmi alle stagioni o ai numeri, nozioni nate più di recente. Ho, inoltre, voluto porre l’attenzione sul valore dell’anziano, impersonato dal nonno della protagonista, che rappresenta il ruolo dello sciamano trasmettitore di tradizioni e spiritualità. Oppure dare risalto all’idea di famiglia; sappiamo che gli uomini di quell’epoca erano nomadi e si spostavano in piccoli gruppi, durante il periodo freddo stazionavano in pianura e nel periodo caldo si spostavano verso territori montani. Ho immaginato un gruppo accomunato da vincoli parentali. La bambina sente fortemente questo legame, vive le esperienze del clan familiare, sente la fatica di una vita a volte disagevole». I disegni di Marisa Viezzoli rendono ancora più accattivante il racconto.