BÀRNABO E IL BOSCO VECCHIO di Dino Buzzati
Qualunque bellunese abbia letto Bàrnabo delle montagne (1933) e Il segreto del Bosco Vecchio (1935) di Dino Buzzati, avrà di certo compreso che a fare da ambientazione ai due brevi romanzi è il territorio bellunese: all’inizio della sua carriera da scrittore, Buzzati si rifugia in ciò che più gli è famigliare e che ama di più al mondo.
Ciò che colma di significato i romanzi e che, più del narratore, dà senso e fa progredire la narrazione sono due elementi geografici, rispettivamente la montagna e il Bosco Vecchio, i veri e propri protagonisti. Non si pensi però che le ambientazioni siano delle fedeli trasposizioni dello spazio che Buzzati vive, né una mera scenografia: i luoghi non sono reali bensì realistici, quindi frutto di una rielaborazione di visioni, esperienze, sensazioni accumulate nel corso degli anni. Essi diventano perciò simboli: la montagna è simbolo di felicità ma allo stesso tempo anche di paura, del rapporto tra vita e morte, luogo di frontiera; il Bosco Vecchio è simbolo dell’infanzia, del rapporto uomo-natura, della capacità di immaginazione. Entrambi sono testimoni e artefici di un percorso morale compiuto dai personaggi: l’ultima scalata di Bàrnabo è metafora del suo percorso morale che culmina con il raggiungimento della consapevolezza di poter bastare a se stesso; i genî e gli animali del Bosco Vecchio accompagnano il colonnello Procolo nel suo percorso di redenzione e Benvenuto nel suo passaggio all’età adulta.
Questo modo estremamente personale e viscerale di caratterizzare le ambientazioni delle proprie opere sarà il filo conduttore di tutta la produzione successiva, in particolar modo dei numerosi racconti e de Il deserto dei Tartari, oltre a rappresentare un vero e proprio testamento spirituale che ci restituisce l’intima “immagine” di quella che Buzzati chiamava «La mia Belluno».
LO STRANIERO di Albert Camus
Si dice che i classici siano tali perché ci parlano attraverso il tempo, offrendoci sguardi nuovi a seconda dell’età e del contesto in cui li approcciamo. In essi sentiamo risuonare noi stessi, ci riconosciamo e ci sentiamo visti da persone che hanno scritto in epoche diverse dalla nostra. In questo senso, il romanzo Lo straniero di Albert Camus, pubblicato nel 1942, supera tali aspettative, offrendo uno sguardo contemporaneamente introspettivo e transindividuale che costringe il lettore confrontarsi con un intimo che non osava rivelare a nessuno.
Camus ci mette di fronte all’inadatto, a quella parte di noi che ci ostiniamo a negare, invitandoci all’ascolto e all’empatia anche verso ciò che giudichiamo sconcertante e inaccettabile. Ci invita a scendere dal piedistallo e riconoscerci l’un l’altro, a liberarci dallo scudo dell’indignazione, decentrarci e ammettere che la nostra prospettiva, tutt’altro che assoluta, sia invece determinata dalla storia e dal contesto, e che ne esistano altre, in un sistema di relazioni e poteri sbilanciato. La sfida che ci viene proposta è quella di riuscire a far coesistere diversi sguardi, senza scadere nel relativismo, ma considerando la pluralità di prospettive entro cui ci muoviamo, accettando l’alterità e abbandonando il bisogno di addomesticarla.
LUOGHI NEI LIBRI
Dopo lo scoppiettante inizio di “A cena con la letteratura”, il percorso di “Luoghi nei libri” è proseguito ad aprile con due appuntamenti più scientifici. Lo scorso 5 aprile, nel Giardino della Canonica di Cergnai, Alessia Gelso ha proposto l’incontro “Avviene che pensi a storie meravigliose”: partendo dai romanzi di Buzzati, la studiosa (con interventi musicali a cura degli allievi dell’Associazione Arte Nuova e Accademia Rossini) ha condotto i presenti in un percorso nel quale i luoghi non sono reali ma realistici in quanto frutto di “esperienze, visioni, relazioni”. Il 12 aprile, nel giardino della Stazione di Santa Giustina, Gloria Dapporto, partendo dal romanzo di Camus, ha spiegato, accompagnata dalle suggestioni musicali di Davide De Faveri, di come le narrazioni creino la norma entro cui le persone devono rientrare.