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L’ultimo della valle di S. Martino

Incontro con Toni Rambaldi

L’ultimo della valle di S. Martino

Incontro con Toni Rambaldi
L'ultimo della valle di S. Martino

La valle di San Martino è una valle gentile, con dolcezza ti accompagna fin sotto i ripidi versanti delle vette. Non ha nulla di pretenzioso, ma è una valle dolomitica vera. Il fondovalle, stretto tra il San Mauro da un lato e il Pafagai e le Perazze dall’altro, offre un cammino piacevole accanto a limpide acque. Ovunque si avverte una forte naturalità, ma è solo apparente, la valle è costellata da tracce profonde del lavoro dell’uomo. L’ultimo ad abitarla stabilmente è il protagonista di questa cronaca che descrive l’incontro con due giovani guardie forestali, Ernesto Longo e Vittore Da Ros.

Lo abbiamo conosciuto per caso, un mattino del febbraio 1977. Era appena sorta l’alba, faceva freddo, il giorno prima aveva nevicato. Era una delle prime volte che andavamo in perlustrazione in Val di San Martino, non conoscevamo nessuno. A circa metà valle scorgiamo nel bosco una persona che, con fare sospetto, scompariva e riappariva nascondendosi dietro gli alberi.

Ogni tanto urlava qualcosa, ma il vento gelido disperdeva la voce e non si capiva cosa dicesse. Con calma ci avvicinammo e lo vedemmo dietro ad masso brandire un’accetta e urlare: «Andè via, qua l’è tut meo, son mi el paron de la val!».
Ci guardammo increduli chiedendoci chi fosse. L’uomo era piccolo di statura, di sicuro aveva superato i sessant’anni, trasandato nel vestire e per la stagione era poco vestito, con un paio di pantaloni di fustagno neri, sporchi e rammendarti in più punti, una maglia bucherellata, un cappello nero consunto, barba lunga da giorni e un paio di occhi furbi. Faceva fatica a scandire le parole e a farsi udire.
«Chi seu voialtri?»
«Siamo guardie forestali.»
«Ah la milizia!»
Essendo il capopattuglia mi feci avanti e gli chiesi: «Ma lei chi è?»
«Mi son el Toni e son el paron de la val. Chi entra el deve domandar el permesso a mi»
Rimanemmo perplessi: «Scuseme Toni, l’è la prima volta che ne vedon». Ci squadrò dall’alto al basso, più o meno come faceva il brigadiere quando andavamo a rapporto.
«Così me pias» e si mese a sorridere.

Da quel momento diventammo amici e ci invitò a seguirlo nella sua casera. La casera era un piccolo edificio in pietra con il tetto coperto da vecchie onduline di zinco, il sottotetto in legno era tutto annerito dal fumo. All’esterno, appoggiati alle pareti, c’erano pali di ogni genere e una slitta che gli serviva per il trasporto della legna. L’edificio era al centro di una radura, nel punto migliore per prendere quel poco di sole che gli regalava la Valle di San Martino.
«Eco vedeu, quà l’è el me regno, le quasi setanta ani che son quà e de quà no me move, né de inverno né de istà, vae sol a tor la spesa na olta ogni tant a Lasen.»

Aprì la porta e ci fece entrare. All’inizio feci fatica ad abituarmi a quella poca luce. Le pareti erano tutte nere e l’unica finestra aveva i vetri oscurati dal fumo. Ci invitò ad accomodarci, ma dove? Non c’era posto. Solo una sedia di paglia mangiata dai tarli, accanto una stufa che lasciava passare il fumo tra i cerchi di ghisa. Trovai un ceppo e mi sedetti. Vittore, il mio collega, si sedette sulla sedia in paglia e Toni rimase in piedi a spiegarci che la casera apparteneva ai suoi nonni e ai bisnonni, di quante capre e vacche avevano e delle fatiche che facevano andando in estate a fare il fieno sul San Mauro e che lo portavano a valle d’inverno con le musse. Ci chiese se volevamo il caffè. Lo zucchero lo teneva in un barattolo di latta appoggiato sulla piastra della stufa. Ci spiegò che lo teneva lì perché i topi o le formiche non glielo avrebbero rubato, visto che la piastra era sempre calda, giorno e notte.

«Grazie, sarà per la prossima volta», fu la nostra risposta.
All’inizio sospettoso, ora Toni si sentiva tra amici e di sicuro aveva bisogno di compagnia. Ci fece vedere la camera, come la chiamava lui: un pagliericcio di fieno rialzato da terra e sopra una vecchia coperta.

«Quando che son là me sente an re. Dorme poc ma san. A la matina l’è la pi bela ora, ho tante bestie che me sveia e le me fa compagnia e a la sera i me dà la bona not.» Era ora di andare, ci alzammo in piedi e Toni ci aprì la porta. Feci una foto ricordo e ce ne andammo. In seguito andai a trovarlo tutte le volte che passavo di là e se nello zaino avevo avanzato qualcosa glielo davo. Lui, riconoscente, mi accoglieva con un sorriso, poi mi metteva al corrente delle novità della valle: se era passato qualcuno, se il cuculo aveva cantato in anticipo, se la volpe era passata di là e sempre con quel parlare affaticato, a volte incomprensibile.

Di quella sua valle sapeva tutto, faceva la sentinella meglio di noi, l’amava e a modo suo la difendeva. È vissuto come un eremita, a poca distanza dal progresso che certamente non amava. Ai nostri occhi era una persona povera che conduceva una vita grama, ma di sicuro nel suo intimo era ricco e felice.

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