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L’ultimo cavaliere di Vittorio Veneto: la testimonianza di Michele Da Mutten

Il racconto della Grande Guerra di un reduce di Arson, un documento storico unico.

L’ultimo cavaliere di Vittorio Veneto: la testimonianza di Michele Da Mutten

Il racconto della Grande Guerra di un reduce di Arson, un documento storico unico.

La testimonianza di un Cavaliere di Vittorio Veneto

Più leggo e approfondisco la testimonianza scritta sulle vicende vissute in prima persona durante la Grande Guerra (1915-1918) da Michele Da Mutten (per quelli di Arson “Arcangelo Simonet”) – Cavaliere di Vittorio Veneto, nato ad Arson il 15 novembre 1898 e morto pochi giorni prima di compiere 98 anni (3 novembre 1996) – e più mi rendo conto che ho in mano un documento unico e prezioso, di grande valore storico e umano. Non è stato facile decidere cosa riportare di queste tre pagine dattiloscritte raccolte intorno al 1986 e cosa rinviare di questo pezzo di vita incredibilmente vera.
In punta di piedi Arcangelo Simonet fa scrivere: “Mi vorrei permettere di far conoscere a tutti coloro che vorranno gradire e soprattutto far riflettere, i miei duri e dolorosi sacrifici, nonché i patimenti subiti durante il periodo in cui ho preso parte ai combattimenti della lunga e tanto martoriata prima guerra mondiale 1915-1918 nella quale trovarono la morte migliaia di giovani vite. Nonostante la mia età avanzata, ritengo di avere dei sentimenti validi, e considerando il fatto che sono rimasto solo tra i Cavalieri di Vittorio Veneto esistenti in questa Parrocchia (del cui Santo Patrono – Michele Arcangelo – porta il nome, n.d.r.) ho pensato, prima di raggiungere i miei compagni nella pace eterna, di scrivere questo breve e sintetizzato diario dove ho cercato di sottolineare le parti salienti del periodo che ho trascorso in guerra, ancora oggi sono qui, ringraziando il Padre Eterno di avermi salvato la vita ed avermi conservato così a lungo. Però certe cose vissute così da vicino in guerra non si possono né dimenticare, né possono e devono passare sottovalutate dalle generazioni che si sono susseguite”.

La battaglia sul Monte Grappa e Monte Pertica

Da Mutten prosegue il suo racconto con tantissimi e, purtroppo per lui e per i suoi compagni, particolari cruenti. Nell’ultima pagina fa rabbrividire il racconto della battaglia, da lui stesso definita “micidiale”, “del 15 giugno 1918 sempre sul Monte Grappa e sull’adiacente Monte Pertica dove le baracche, le trincee i camminamenti furono sconvolti da quattro batterie austriache armate del 149 prolungato che rasero al suolo il 148° e il 149° Reggimento Fanteria, quello che non riuscivano a colpire con l’arma da fuoco, compivano con la baionetta […] però 7 Battaglioni di Alpini del 7° Reggimento fummo capaci di circondarli e respingerli e per andare a occupare ancora il Monte Pertica avanzammo a gruppi sparsi qua e là dando senza dubbio al nemico una grande lezione di guerra. Una lezione che però solo a raccontarla fa pensare che di lezione non si tratta, ma di carneficina, ripararsi dietro i corpi ormai senza vita ammucchiati lungo i crinali dei poveri fanti che per primi hanno dovuto soccombere, le pallottole austriache perforavano il cadavere e ti salvavano la vita e tu dovevi continuare balzando qua e là per non inciampare tra i morti. Anche qui tanti amici e compagni Alpini persero la vita, feriti che gridavano, ma nessuno poteva soccorrerli perché la situazione non lo permetteva”.

Il dopoguerra e l’emigrazione

Anche il suo “dopoguerra” non deve essere stato facile, come scrive Paolo Giacomel in uno dei suoi volumi “1914-1918: la Grande guerra”: “Dopo l’armistizio lavorò nell’ospedale di Noale. Raccontò ai familiari che in quell’ospedale si curavano con le stesse attenzioni soldati italiani e austro-ungarici. Sottolineava questa parità di trattamento perché la confrontava con l’accoglienza che avrebbe poi ricevuto in Germania come emigrante.
L’alpino, dopo aver meritato due croci di guerra per ferite in combattimento, licenziato dall’esercito andò a lavorare come minatore in Lussemburgo. Nel 1924 rientrò ad Arson per sposarsi con Tatto Albina di Lasen. Per mantenere la famiglia emigrò in Germania, in Val di Fassa, a Milano e nella Valle di Primiero come falciatore. Non conobbe mai la parola abbondanza”.
La nipote Ornella Vetti, che mi ha fatto avere il documento e le foto, non ricorda racconti di guerra, rievoca invece la sua dedizione al lavoro di contadino che ha ricevuto anche premi per come manteneva il prato come un giardino, andava scalzo con la “britola” a tagliare “i fastuc” intorno ai sassi, ai muri, alle piante con dedizione e costanza finché ne è stato capace.

Sua mamma le ha riportato di quando nacque l’ultimo fratello (Santo) e sua moglie Albina lo lasciò con i quattro figli su ai “Simonet alti” (nella parte più alta di Arson) per andare balia come si usava un tempo; una volta alla settimana una sorella di Albina partiva da Lasen per andare a vedere dei bambini e dare una mano. Anche Ornella si ricorda di quando d’estate andava dalla Barcada (sempre parte alta di Arson) ai Simonet Alti a portare da mangiare al nonno perché lui non poteva “perdere tempo” a scendere a rifocillarsi. Negli ultimi anni di vita, sempre lucidissimo fino alla fine, leggeva senza occhiali e diceva sempre: “El motor lé bon (riferito al cuore), lé le gambe che no va pì!”.

L’appello finale per la pace

Conclude il suo scritto: “Era la vittoria, era il 31 ottobre 1918. Ho detto era la vittoria, ma auguro e spero di tutto cuore che di queste VITTORIE non se ne abbia più d’aver bisogno. Ciao a tutti. Michele Da Mutten”.

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