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L’ultimo Bati Falz

I ricordi di Amedeo e di un mestiere d’un tempo

L’ultimo Bati Falz

I ricordi di Amedeo e di un mestiere d’un tempo

C

osta Solana: una delle zone più belle del Feltrino, con poche case e una vista idilliaca sulle Vette Feltrine, ed il San Mauro. Tec Tec Tec. L’estate è arrivata, segue quel fruscio leggero e sicuro, l’odore acre s’innalza, pochi giorni dopo sarà un profumo inebriante di fienagione. Tec Tec Tec. Guardo fuori, ti sei seduto al solito posto.

Oggi è domenica, non si lavora, sei appena rientrato dalla messa. 

Quando sei nato era il 1940 e il primo pensiero, che vuoi raccontarmi, è un ricordo di guerra: «Nel 1944 hanno bruciato questa casa… le fiamme». Alzi le mani, trattieni le imprecazioni tra i denti stretti. «I tedeschi cercavano le spie». Scacci quell’ immagine intensa, i ricordi affiorano dal cuore malandato, incessanti si rincorrono, si scavalcano, prendono il sopravvento. La mente corre, indietro, in quel tempo lontano, ma limpido, come fosse presente.

Un attimo di silenzio, la quiete, e poi ogni pezzo prende il suo posto, come in un grande puzzle che si anima e inizi la tua storia, un po’ in italiano, un po’ in dialetto: «Qui la falce la battevano tutti, perché il sistema di taglio era quello con la falce, non con trattori, decespugliatori, falciatrici. Ho imparato da mio padre, a 10-11 anni e poi sono andato a servire; non proprio a servire… segavo l’erba, la raccoglievo, seminavo i campi e alla fine dell’anno prendevo un paio di scarpe o scarponi come paga. 

Al tempo c’erano le “sort”: si chiamavano così perché, ogni 4/5 anni, si andava in Comune e si tiravano a sorte le bruschette, che altro non erano dei pezzi di carta con scritti i nomi dei vari appezzamenti. Alla mia famiglia era capitata la “sort della Cesa”, della parrocchia di Vignui. Si sfalciava e si facevano 2-3 “mede”, la nostra “sort” arrivava fino allo Stien dove mettevamo il vino in fresca. A pranzo, un boccone di pane o tre bocconi di polenta; i “boce”, chiamati “gaburi”, andavano a recuperare il fiasco impagliato, con il manico di legno, di vino bianco che correva forte e spesso andava in tombola». 

Era vino slavato (che correva forte) e, essendo non trattato, andava a male (tombola), ma veniva bevuto ugualmente. “Gaburi” era invece la denominazione data ai bambini mutata dai seggiolai, arte e mestieri del tempo che s’intrecciano e che si prestano vicendevolmente le parole.

«Dormo poco e ricordo tutto, le fatiche, partivo da casa scalzo e arrivavo alle “sort”». La distanza è di circa 9 km e si passa tra prati, boschi e rocce. Racconta e si commuove, ricorda i suoni al suo passaggio, una “anda”, un “carbonaz”, i rumori, le sensazioni, sono vivi quasi palpabili.

Gli chiedo: «Chi elo el bati falz?».  Risponde: «Il batti falce sono IO». Fiero, lascia il dialetto per parlare in italiano, per sottolineare l’orgoglio e l’importanza di questa nobile arte. Si fa serio e parte sicuro con una descrizione tecnica degli strumenti da lavoro.

La pianta: ferro a T che si conficca nel terreno; la falce: con il telaio in legno di salice, legno leggero, o di frassino, legno più pesante, e la lama in acciaio; la pietra: fatta con un sasso speciale o la più moderna pietra smeriglio, quest’ultima da usare poco perché usura la lama e in un anno la si può buttare; el coder: fatto con i corni dei buoi o in legno, che serve a portare la pietra, all’interno dell’acqua, perché quando si batte, la falce si surriscalda (e, se non c’era acqua, si sputava!). 

Impugna la falce, più grande di lui, essendo un uomo minuto e si siede davanti alla pianta, descrive, con dovizia di particolari, ogni singolo gesto. «Ghe ol aver en cuz, non un posto qualsiasi». Tec Tec Tec. «La pianta la deve aver la pendenza giusta drio la squara della lama… batter la falz alle sort l’era pi fadiga, l’era riva».

Occhi lucidi, sorridenti, mani sicure, la guarda, la studia. Gesti veloci, calibrati, di chi conosce il mestiere. La gira, la posa, la sente, è una danza. «Ghe ol aver ritmo!». Tec Tec Tec. «Gli anni sono passati e sembra impossibile: ero sempre el pì doven, ades son el pì vecio… el gaburo le diventà en bati falz!».

Si mette in posa, per le foto, come gli uomini del Novecento, un mezzo sorriso sussurra: «Sono tornato indietro di 40 anni», e poi guarda le foto ed esclama: «Madonna, che vecio!». È tornato alla realtà, il pensiero continua a volare, il passato diventa presente, lo sguardo va ai monti e si commuove.

«Dai Amedeo, la mano non l’hai persa!». Ride Amedeo, sorride, fiero di poter raccontare un piccolo pezzo della sua vita e mi saluta con una preghiera a Dio. Tec Tec Tec. So che sei lì, e ad ogni Tec un ricordo, ormai lontano, torna al presente. Tec Tec Tec. Il suono che accompagna l’estate, il prato chiama, la falce risponde con l’ultimo bati falz.

Ad Amedo De Paoli con estremo rispetto ed ammirazione.

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