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L’ultimo barcaiolo

a San Felice prima del ponte sul Piave

L’ultimo barcaiolo

a San Felice prima del ponte sul Piave
28 ottobre 1930 - Inaugurazione del ponte di San Felice. In fondo, a sinistra si scorge l'osteria Alla Barca.

L’ultimo traghettatore è stato Fioravante Fregona, detto Fiori Barca, che esercitò l’attività fino al 1930. La sua casa era posta, in comune di Sedico, così vicina al Piave che, durante le brentane (piene), l’acqua gli entrava nella cucina depositandovi la leda (limo). Davanti all’imbarcadero erano sistemati, a difesa e per creare un molo, dei massi.

Un tempo, i traghettatori avevano a disposizione due-tre barche, lunghe circa 8 metri e larghe 2 e mezzo, col fondo piatto, tronche sul retro e appuntite sul davanti, tutte di legno e inferàde (con rinforzi in ferro). Avevano pure una chiatta, specie di zattera legata con sache (rametti di nocciolo ritorti) e clàmere (sbarre di ferro piegate ad angolo retto e con le estremità a punta), per traghettare carri e animali. Sulle fiancate di ogni barca (ne era rimasta una sola nel secolo scorso) c’erano tre anelli, attraverso i quali passava la fune d’acciaio tesa da una sponda all’altra per evitare che la corrente trascinasse a valle il natante; fune che i barcaioli dovevano togliere al passaggio delle zattere. A quell’epoca l’acqua era ancora tanta, però il Piave formava un grosso ramo, che si superava col traghetto, tutto spostato verso la sponda di Sedico.

Per far avanzare il natante, il barcaiolo non usava i remi, ma faceva forza su una lunga e robusta pertica, munita di puntale in ferro, che, tenendo con le due mani stando ritto sulla barca, infilava nell’acqua fino a toccare il fondo e darsi così la spinta. Era un mestiere pericoloso; ad esempio, si ha notizia che in luglio del 1702 il barcaiolo Battista Salce, quarantenne, affogò e fu sepolto nel cimitero di Pagogna (Mel).

Nel secolo scorso, siccome i ponti di Belluno e Ponte nelle Alpi (quello di Busche ancora non c’era) venivano sorvegliati dai gendarmi, La Barca era una località pericolosa perché vi passavano, oltre alle persone perbene, anche ladri, briganti, truffatori, gente in fuga, i quali, quando il Piave era in brentana e il traghetto non funzionava, si nascondevano nei dintorni (sopra la scarpata c’era un fitto bosco).
Passavano di là pure i contrabbandieri provenienti dal Primiero (sotto la dominazione austriaca fino al 1918) col sacco in spalla carico di tabacco da pipa, da nas e da cicàr (da naso e da masticare).

Talora si nascondevano nei cóvoi (grotte naturali) che si trovano sulla sponda, molto alta, in comune di Sedico. È probabile che siano stati loro, per tener lontani gli intrusi, a mettere in giro la chiacchiera che quei luoghi fossero infestati dalle vipere.

Sul pianoro, prima di scendere alla Barca, c’era, in una baracca, l’osteria della Nana, dove pure si ballava, frequentata da ogni genere di avventori e perciò tenuta spesso sotto controllo dai gendarmi.

Il ponte di San Felice, che segnò la fine del secolare passo a barca, fu costruito, su progetto dell’ing. Paolo Zampieri, in cemento armato, curando anche il lato estetico, negli anni 1928-30, durante il regime fascista quindi. Lungo 330 metri e con 8 arcate, aveva una carreggiata larga metri 4,65. Il costo dell’opera, sostenuto dai comuni di Trichiana (65 %) e di Sedico (35 %), ammontò a oltre 2 milioni di lire (una cifra rilevante all’epoca). Ultimato, venne aperto al transito già il 15 luglio 1930 mentre l’inaugurazione fu posticipata di alcuni mesi. Si volle infatti tenere la cerimonia ufficiale il 28 ottobre, giorno commemorativo per il fascismo della marcia su Roma.
I festeggiamenti furono coordinati dal segretario comunale di Trichiana Abele Lago, papà del famoso giornalista Giorgio Lago che sarà per anni direttore del Gazzettino. Erano presenti la banda, le scolaresche, le autorità, tanta gente e molti fascisti in divisa. L’allora parroco di Trichiana, appreso dai manifesti affissi che tra i festeggiamenti era previsto il ballo nella vicina osteria Alla Barca (posta un tempo al di là della strada, di fronte all’attuale), in segno di dissenso si rifiutò di benedire il ponte.
Dopo la grande fiumana provocata dal disastro del Vajont nel 1963, la sconvolgente alluvione del 1966 e la forte usura causata dal traffico pesante diretto nelle fabbriche della sinistra Piave, il ponte necessitava di importanti interventi. Costati circa 16 milioni di euro (interamente a carico dell’Anas), sono consistiti in opere di consolidamento e allargamento terminate nel 2007 quando, l’8 agosto, ha avuto luogo l’inaugurazione, con la benedizione impartita alla presenza delle autorità locali dal parroco di Trichiana e dal vicario di Sedico.

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