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L’opera d’arte di Marco Da Mel

nel Palazzo Municipale di “casa”

L’opera d’arte di Marco Da Mel

nel Palazzo Municipale di “casa”

L’eco dell’arte pittorica di Marco da Mel (1496-1583) fra Belluno, Feltre e il Primiero, dove aveva raggiunto una rispettabile notorietà, indusse i conti Zorzi ad ingaggiarlo per dipingere il grande salone del Palazzo Municipale di Mel. Nel 1545, infatti, come cita un documento d’archivio, Marco tornò trionfalmente in patria per un lavoro di grande prestigio che non ha uguali per la libertà di pensiero espressivo, e coinvolge studiosi in considerazioni continue.

È sempre una grande emozione, entrando nella luminosa sala del primo piano, essere accolti da immagini suggestive ricche di personaggi fantastici, evocativi di vicende straordinarie su cui spicca, anche per la straordinaria conservazione cromatica, il decoro a grottesca che ci circonda in un racconto senza fine. Lo storico Alessandro Oliveri vi ha dedicato un approfondito studio (pubblicato su “Restauri di marca”, 1994): “Il termine rinascimentale grottesche – spiega – si riferisce alle decorazioni parietali dell’età imperiale romana rinvenute alla fine del Quattrocento durante gli scavi operati nella Domus Aurea neroniana e nelle terme di Baia, e da qui l’uso estensivo di tale accezione”. Aggiunge: “Numerosi furono gli artisti che trassero spunto da questi particolari affreschi promuovendone un progressivo sviluppo e rielaborazione fino ad innalzarsi ad un genere di pittura autonomo, svincolato dai canoni e dalle restrizioni quattrocentesche. A questo proposito possiamo citare, facendo riferimento alla preziosa testimonianza del Vasari, il Morto da Feltre, quale primo esecutore di grottesche del Cinquecento e buon amico e collega del nostro Marco”.

Sin dall’inizio nacque una sorta di diatriba; vi era infatti chi riconosceva a quegli stucchi unicamente un valore decorativo, vi era chi vi intravedeva anche un contenuto simbolico tratto dalla mitologia del mondo antico. Gli uccelli alati o senza ali rappresentano il principio volatile fisso e, quando combattono fra loro, simboleggiano la perenne contesa anima-corpo. Il leone è simbolo del sole e quindi dell’oro; il serpente, rappresentato spesso nell’atto di mordersi la coda, è simbolo dell’eternità; gli arieti sono simbolo della terra.

La lunga teoria di questa rappresentazione ha stimolato interventi, in particolare lo scrittore Gian Maria Ferretto, nel poderoso volume “Con Dante sulle tracce di Marco da Mel” (2012), si sofferma sul primo pannello della serie, quello sulla parete Sud, “in cui la rappresentazione ci propone in policroma il solito teschio di toro con fiaccole, destinato stavolta di Vischio, e la benda del quale, in questo caso, interessa anche le cavità orbitali; gli si contrappongono frontalmente due “Ipponaga”, serpenti con testa e zampe anteriori di cavallo, cavalcati da ninfe.

Questo animale favoloso assomma le prerogative ambivalenti di entrambi gli animali che lo compongono, sulle quali l’iniziazione consente di poter governare, ponendo su entrambe il dominio e l’ordine: domare il cavallo per servirsene docilmente e ordinare armonicamente la serpentinità lungo l’asse della propria esistenza, la bacchetta magica della vita”.

La policroma di questo pannello in particolare, nel quale, oltre al rosso, il pittore ha inserito anche il verde, suggerisce da solo quell’ambito naturalmente fresco dell’umana giovinezza, ma non “spensierato”, bensì al contrario, molto “pensierato”, ovvero dedito all’apprendimento della difficile “arte di vivere”, che non si dovrebbe imparare da vecchi; ma, come per Marco, fin da giovanissimi, quando si ha la possibilità di vivere tutta la propria vita nel personalissimo Paradiso terrestre.

“È in questa età – soggiunge Ferretto- con la mente ancora libera da abominevoli condizionamenti […]che il fanciullo può apprendere il modo migliore di utilizzare le sue ‘fiaccole’ interiori, imparando a non farsi condizionare dall’apparenza, che abbaglia gli occhi fisici, servendosi come si conviene di quelli della mente, opportunamente bendati nel ‘teschio di toro’, ma dai quali spuntano ramoscelli di Vischio”.

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31/05/2024

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