Opportunamente citato nell’articolo introduttivo a cura di Diego Cason, il mestiere dello scarpèr (calzolaio) è tra i pochi tradizionali che sopravvivono ancora oggi, naturalmente con tutte le difficoltà del caso Interessanti le riflessioni sul cambiamento del tempo del mestiere e l’esigenza di rinnovarsi nel tempo espresse dall’Associazione italiana dei Calzolai Artigiani. Anche in provincia di Belluno abbiamo interessanti casi di resilienza relativi a questa occupazione. Un esempio è quello dei fratelli Thomas, che ha la bottega a Formegan di Santa Giustina, e Georgia, che esercita il mestiere a Feltre in quel di Borgo Ruga.
«Ho iniziato questa attività nel 1993 a Formegan, prima di allora facevo il ferraiolo: montavo strutture in giro per il mondo, guadagnavo anche bene, ma non era la vita che desideravo e ad un certo punto ho sentito che dovevo piantare le radici da qualche parte», racconta Thomas.
«Per un anno andai a “bottega” da un calzolaio di Feltre, un certo Ferrazza, ad imparare il mestiere, poi rilevai questa attività da Rolando, il vecchio scarper di Formegan che andava in pensione. Questi 32 anni sono stati ben spesi per me, non tanto perché abbia guadagnato un sacco di soldi, ma per il fatto che, attraverso questo lavoro, ho raggiunto quella stabilità di cui avevo bisogno».
Gli chiediamo del cambiamento di questo mestiere tradizionale nel tempo, e ci spiega: «Di scarpe ne ho viste passare parecchie, e molte cose sono cambiate in questi anni. Quando ho iniziato, si sistemavano soprattutto le scarpe in cuoio, tante suole e tanti tacchi, le scarpe dovevano durare e si riparavano, poi è arrivata la plastica».
Fa notare anche un plus del lavorare in provincia, e una sorta di “modernizzazione” legata alla calzatura sportiva: «La mia fortuna – spiega Thomas – è stato vivere tra queste montagne, tra questi paesi. Le persone da noi sono diverse da quelle di città, meno legate all’usa e getta, alla moda del momento che diventa subito vecchia, c’è più rispetto per le cose. Io oggi lavoro molto con le scarpe da montagna, scarponi, scarpe d’arrampicata e avvicinamento, anche scarpe da trekking che aggiusto e risuolo perché chi me le porta ci è affezionato e non le vuol buttare».
Cosa rende unico questo mestiere? «Fare lo scarper è un buon lavoro che consente di avere un rapporto diretto con le persone. Internet e il web ci fanno diventare sempre più individui isolati, non c’è più alcun rapporto tra chi fa le cose e chi le compera. Per fare il mio lavoro bisogna soprattutto saper usare bene le mani e sapersi adattare ai mutamenti con coraggio e fantasia. Così, io ho cercato di diversificare: aggiusto selle e finimenti per cavalli, cinture, borse e zaini e il lavoro non mi manca mai. Questo forse manca ai giovani d’oggi: la manualità ed il coraggio di fare, vedo una scarsa propensione al sacrificio, alla rinuncia, tutto è a portata di mano, garantito, già pronto e servito, si è perso il gusto di far bene le cose».
Anche Georgia fa la calzolaia a Borgo Ruga da sette anni. Per circa cinque anni ha voluto imparare bene le tecniche prima di aprire il suo negozio perché è un po’ perfezionista, tiene a sottolineare; per un anno ha anche esercitato a casa per seguire i due figli e organizzare al meglio la professione. Durante il giorno alterna diverse lavorazioni, dedicando la mattina a quelle più “silenziose” (ad esempio imbastire) per non disturbare i vicini. Una tradizione e una manualità, dunque, che continuano nel tempo.