Scendendo da Castion per la Costa, si arriva sul trafficatissimo stradone della sinistra Piave che passa proprio attraverso la storica frazione di Levego-Sagrogna. Si citano insieme come un unico territorio ma sono due realtà autonome e con una diversa storia da raccontare. Cominciamo questo mese da Levego, il primo paese che incontriamo scendendo verso il Piave, dove Daniele, il mio cicerone, mi accompagna in un bel pomeriggio autunnale.
«Sai che io qua non ci sono mai stata? E sì che non abito lontano, ma a momenti la strada che gira giù neanche si vede, se non ci fai caso».
«É perché qui in paese non ci sono motivi per venirci, se non conosci qualcuno. Qui non ci passi, insomma. E sì che è un posto bellissimo: vedi là, verso Ponte. C’è la piana de Calonc e dietro il Col de ombrie» (lo sguardo spazia dal Serva ai monti più lontani. Tutto è soleggiato e quieto, luminoso e fragile). «Appena qui sotto il Piave. Ci si viene a passeggiare e si respira il mondo».
Arriviamo alla chiesetta di San Tommaso, con il suo sagrato di erba tagliata, così placido e raccolto. «Qui d’estate ci facciamo letture e qualche spettacolo. Confina con il palazzetto che vedi, sicuramente antico. É una bella ristrutturazione di qualche anno fa, e qui ce ne sono molte. Sono state recuperate sia le case rurali, dove abitavano mezzadri e lavoranti della famiglia De Bertoldi. che quelle nobili».
Dunque, appena fuori Castion cambia il riferimento patrizio, ma non la struttura economica e, di conseguenza, l’edilizia. «Sì, solo che qui i contadini ci sono ancora! Questa è una delle due stalle del paese. Adesso ti porto a casa di Gildo, vedrai».
In mezzo al paese c’è in effetti una stalla. Sembra molto ordinata ed efficiente, e le vacche ruminano placidamente senza badare troppo a noi. A pochi passi c’è una villa con la data 1710 sullo stipite e molto movimento. Gildo Tommasella, classe 1938, con i nipoti Michele e Tiziano, sta finendo di sistemare per la sera.
«Siora, l’è na ora bruta par ciacolar questa, son sul pì bel del laoro», mi dice Gildo sorridendo, ma poi si convince a chiacchierare un po’, intanto che i giovani continuano con le forche e le “sece”.
«Eravamo coloni mezzadri dei De Bertoldi, come tutti qua, e questo è il lavoro della mia famiglia da generazioni. Noi stiamo qui dal 1953. Per fare i contadini oggi bisogna esserci nati: noi lavoriamo con la natura e non è mai un mestiere facile, non c’è mai niente di uguale al giorno prima e niente è scontato! Noi siamo viticoltori diplomati, solo che adesso la vigna non è più produttiva e abbiamo seminato dieci ettari di mais. Abbiamo appena messo via le macchine estive, venga a vedere».
L’azienda agricola è di un ordine impeccabile, giustamente Gildo ne è fiero. Di fronte, in mezzo al prato, una montagnetta di terra arsa e abbandonata. «Quello è il materiale della zona artigianale che qua doveva sorgere. In realtà è sorta solo ‘sta terra, che sta lì da tredici anni, tra marciapiedi e strade abbandonate. Il posto è dove per 40 anni la Cadorina Laterizi prendeva la creta per i mattoni, almeno lo scavo serviva a qualcosa!».
A Levego il passato dialoga con il presente: all’inizio del paese la vecchia fontana in pietra e il lavatoio attendono che il progetto di restauro proposto dai paesani al Comune vada a buon fine. E il lungo muro di mattoni in centro al paese, che ora è un garage, era uno stabilimento per l’allevamento di castori da pelliccia…
«Castori da pelliccia? Quelli dell’Ontario?»
«Sì, proprio quelli (ride Daniele). Pare che il rampollo dei De Bertoldi lo avesse impiantato per sfuggire alla leva obbligatoria della prima guerra mondale».
«Allevando castori?»
«Che vuoi che ti dica? Fatto sta che i castori sono rimasti a Levego per parecchi anni, finché sono stati soppiantati da un impianto di fecondazione artificiale per le mucche».
Oggi a Levego non ci sono che casette linde e ordinate, un paio di bei palazzi d’epoca, una piazzetta con una chiesina commovente, due stalle e qualche abitante. Le molte famiglie che si sono trasferite da queste parti negli ultimi anni sono tutte nel quartiere nuovo, dall’altra parte della statale, e non hanno nessuna voglia di fare comunità. Più una luce straordinaria e un panorama da cartolina. E la sensazione che, appena appena ti distrai un attimo, quel mondo di gente, nobili, vacche e, naturalmente, castori, spunti dalle case a parlarti di quando il paese era una comunità brulicante di vita per la quale, a tratti, viene un po’ di nostalgia.