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L’Esampon: storie di emigrazione veneta

dialogo con Giorgio Fornasier

L’Esampon: storie di emigrazione veneta

dialogo con Giorgio Fornasier

Giorgio Fornasier, uomo poliedrico e curioso, ha affiancato alla musica molti altri interessi, fra i quali ricerche storiche e sociologiche. La nostra conversazione ha come tema l’emigrazione italiana, in particolare quella veneta, a seguito di un’interessante serata al Centro Civico di Sospirolo all’interno della rassegna “Emigrazione di ieri e di oggi”.
L’emigrazione c’è sempre stata.

«La storia dell’umanità si basa sulle grandi emigrazioni. Soprattutto chi viveva nelle terre montane del Veneto cercava lavoro più a sud e nelle grandi città. La prima tipologia di emigrazione fu quella stagionale, che consentiva alla gente più umile di procurarsi il necessario per integrare le misere disponibilità familiari ricavate generalmente dalla natura. Pensiamo, ad esempio, ai “careghete”, agli scalpellini di Castellavazzo, ai seggiolai agordini.»

Un’emigrazione libera, quindi, per abilità di lavoro e non solo per bisogno.
«Tiziano Vecellio, grande pittore del ‘500, non sarebbe conosciuto in tutto il mondo se non si fosse recato a Venezia in zattera. Allora l’autostrada delle nostre zone era la Piave che permetteva il trasporto di merci e persone lungo tutto il suo corso.»

Quando emigrare è diventata una necessità?
«Caduta la Serenissima Repubblica la situazione economica locale cambia. L’avvento del regno napoleonico prima e di quello austroungarico poi, ma soprattutto la costituzione del Regno d’Italia porta la popolazione alla fame. L’aumento demografico, l’avvio del sistema capitalistico e l’introduzione di imposte inique e impopolari provocano un terremoto politico e sociale. Molti sono costretti ad abbandonare la campagna per la città.»

Un’emigrazione interna o anche verso altri continenti?
«Una delle soluzioni fu proprio l’emigrazione su larga scala, principalmente verso altri continenti. Per gli italiani che partivano era la promessa di un futuro sicuro, perché restare significava miseria: nasceva “l’industria dell’emigrazione”. Alla fine dell’800 la terra promessa era considerata l’America. I primi abitanti che lasceranno l’Italia nell’epoca della Grande emigrazione (1870-1920) furono soprattutto Veneti, circa il 30% del totale.»

Quali Stati extraeuropei furono scelti?
«Nelle regioni centro meridionali del Brasile, in particolare a San Paolo e nel Rio Grande do Sul, si stanziarono più di un milione di italiani, quasi metà di origine veneta. Emigravano interi paesi come Fastro nel Feltrino, mossi dalla miseria e dalla fame. Agenti di viaggio senza scrupoli descrivevano il paese delle meraviglie dove “i salami crescevano sugli alberi” e dove “sotto l’equatore non c’era più peccato”. Il viaggio di andata era gratuito e la promessa di una terra di proprietà era un altro buon motivo per convincersi a partire. Il viaggio, però, era un’odissea e una volta arrivati, i nostri emigranti scoprivano che il terreno a loro assegnato era foresta vergine da disboscare. Malattie sconosciute, incontri con gli indigeni, veri proprietari delle terre, facevano il resto.»

In queste zone si parla anche oggi la nostra lingua.
«È vero, sono state mantenute usanze e tradizioni, compresa la lingua. Un mix di dialetti ha portato alla nascita di una vero e proprio idioma, il “talian”, riconosciuto oggi come patrimonio immateriale dell’Unesco.»

Ma passiamo a tempi più recenti in cui l’emigrazione è stata comunque sempre presente.
«Certamente, pensiamo alle miniere del Belgio e della Francia che tristemente ricordano “la pussiera”, l’emigrazione in Canada e in Australia degli anni ’50, in Argentina e Uruguay. E quelle più recenti, come quella stagionale dei gelatai bellunesi o degli operai specializzati verso i paesi del petrolio e dei grandi cantieri nel mondo.»

Attualmente l’emigrazione è un fenomeno molto ridotto.
«Non è del tutto vero se pensiamo a tutti i giovani qualificati che lasciano il nostro Paese: il loro numero è quasi pari a quello degli emigranti del passato.»

Un’ultima riflessione: l’emigrazione che ci ha visto protagonisti per tanti anni non assomiglia, per molti aspetti, al fenomeno a cui stiamo assistendo ai giorni nostri?
«È tristemente vero. Le condizioni di vita, le difficoltà, l’accoglienza sono molto simili a quelle che stanno vivendo i migranti attualmente. E questo dovrebbe farci riflettere.»

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