Uno degli elementi che maggiormente connota il paesaggio nei pascoli prealpini è costituito dalle pozze d’alpeggio. Nel Veneto, il fatto riguarda tutta la fascia pedemontana, dal M. Baldo ai Lessini, Altopiano di Asiago, massiccio del Grappa, catena Cesen Visentin, Cansiglio; in provincia di Belluno il paesaggio dei pascoli con pozze d’alpeggio interessa anche rilevi appena più interni: Col Perer-Cima Campo, M. Avena, versanti meridionali dei rilievi del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.
Le cime di queste montagne sono state nel passato disboscate e dissodate (siamo infatti al di sotto del limite naturale del bosco), al prezzo di immani fatiche, per ricavare preziosi pascoli, che, per secoli, hanno concorso a reggere l’economia agro silvo pastorale di intere comunità.
Ora, il problema che da sempre si è posto è quello che, in montagne calcaree come queste, non vi sono torrenti e l’acqua piovana percola nel terreno, sparisce, andando ad alimentare sorgenti di pianura. Ma, si sa, la zootecnia, quella bovina in particolare, ha bisogno di acqua per produrre latte e formaggio e allora gli allevatori si sono da sempre organizzati realizzando ex novo raccolte di acqua piovana, le pozze d’alpeggio, appunto. Ogni malga è dotata di molte (anche fino a dieci) pozze, per favorire, senza lunghi spostamenti, l’abbeverata del bestiame, che viene fatto ruotare al pascolo nel corso dell’estate fra i vari appezzamenti della malga.
Per il mantenimento in piena efficienza, le pozze d’alpeggio erano oggetto di manutenzione attenta e sapiente, con diversi metodi (calpestio del bestiame; aggiunta di fogliame di faggio sul fondo, ecc.) e spesso venivano realizzate canalette di adduzione dell’acqua sui versanti a monte della raccolta d’acqua, ancor oggi in molti casi riscontrabili sul terreno.
Con il regresso delle economie agro silvo pastorali, molte malghe sono state abbandonate; spesso il bosco ha riguadagnato gli spazi a suo tempo sottratti da parte dell’uomo e molte pozze d’alpeggio, senza più manutenzione, si sono progressivamente interrate. Anche la gestione delle maghe con tecnologie più moderne ed efficienti, ha portato, in molti casi, a sostituire le pozze d’alpeggio con abbeveratoi serviti da acquedotto e così, in moltissimi casi, anche in malghe ancora caricate l’interesse per questi elementi caratteristici del paesaggio pedemontano è venuto meno.
Nulla di male, si potrà dire; nessuno ha nostalgia di fatica e povertà di un tempo, se non fosse che, in ambienti carsici e poveri d’acqua come quelli della fascia pedemontana, queste sono le uniche zone umide dove le forme di vita legate all’acqua possono sussistere. Così, sono andate organizzandosi nei secoli comunità animali e vegetali assolutamente peculiari e uniche, che con la rarefazione o scomparsa delle pozze d’alpeggio non sembrano avere un felice destino. Si potrebbero citare e descrivere innumerevoli forme di vita ma, per necessità di sintesi, un cenno può essere fatto agli anfibi, componente molto significativa di questo habitat.
Nelle pozze d’alpeggio del bellunese si riproducono infatti i tre tritoni (Tritone punteggiato meridionale (Lissotriton meridionalis), Tritone alpestre (Ichtyosaura alpestris), Tritone crestato italiano (Triturus carnifex), rane rosse (Rana dalmatina (Rana dalmatina) e Rana temporaria (Rana temporaria), Rane verdi (Pelophylax synklepton esculentus), probabilmente Rana di Lessona (Pelophylax lessonae), Ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), Raganella italiana (Hyla intermedia), Rospo comune (Bufo bufo), Rospo smeraldino (Bufotes viridis).
Gli anfibi sono specie fortemente minacciate e alcune di quelle sopra citate sono inserite come specie di particolare interesse nella Direttiva europea Habitat o in liste rosse. Per tale motivo il sistema delle pozze d’alpeggio andrebbe preservato, pena la riduzione della biodiversità animale e vegetale di ampie parti del territorio provinciale.