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Le miniature di Quinto De Paris

La tradizione raccontata attraverso gli oggetti

Le miniature di Quinto De Paris

La tradizione raccontata attraverso gli oggetti

Due mani grandi e robuste, rese ruvide dal lavoro, ma allo stesso tempo precise e minuziose, capaci di ricreare oggetti in miniatura con una fedeltà al modello che ha dell’incredibile. Parliamo di Quinto De Paris, mancato la scorsa estate, che nel corso della sua vita è stato padre di innumerevoli piccole opere utilizzando metalli, rame e legno. Originario di Zottier di Borgo Valbelluna e trasferitosi a Trichiana con la moglie Silvana, le sue creazioni evocano le tradizioni della vita contadina nel bellunese, ci raccontano antichi mestieri riproducendone gli strumenti.

Correva l’anno 2003. Tutto ha avuto inizio con una piccola ronca, grande solo qualche centimetro, che Quinto ha regalato a un amico. La ronca si è rivelata un dono molto apprezzato ed è così stata l’inizio di un’idea, che presto si è trasformata in una vera e propria passione che non ha più avuto fine.

Quinto ha iniziato a estrarre dalla sua memoria – come fosse un cappello magico – i ricordi degli oggetti che si utilizzavano nella sua famiglia in agricoltura. Queste memorie erano così precise da permettere all’artista di plasmarne i materiali in modo fedele e di rivedere la posizione di ogni vite, incastro, meccanismo.

A volte, insieme a Silvana, visitava i musei etnografici per trovare nuovi oggetti da riprodurre. Ne sono un esempio il “vecio solzarol”, un tipo di aratro utilizzato per aprire i solchi nel terreno; la “corletta”, la struttura in legno con la ruota che le nostre nonne utilizzavano per lavorare la lana; il “bùrcio” o zangola, un recipiente di legno di forma cilindrica impiegato per sbattere la panna e trasformarla in burro; ma anche un torchio più piccolo di una mano completamente funzionante. Non mancano carri e carretti di ogni genere, anche quello con il “graton” per trasportare il fieno, addirittura munito di un meccanismo perfetto e freni azionabili e funzionanti.

Tra la raccolta di oggetti, non manca la “moletta” che serviva per “gusar i cortei”, con una pietra scelta appositamente dal greto della Piave. Tra le specialità di Quinto ci sono vasi, anfore e recipienti in rame, ma anche piccola oggettistica: strumenti da cucina, come mestoli, mezzelune, posate, e strumenti di lavoro come cazzuole, martelli, coltellini.

Nel 2005, ispirato da un pezzo di legno con una particolare curvatura, Quinto crea il suo primo bastone. Il primo di una serie infinita di pezzi unici, apprezzata da collezionisti privati che frequentavano i mercatini nei quali Silvana e il marito esponevano.

Ogni bastone porta con sé un particolare significato o una storia. La prima creazione voleva rappresentare la donna: un po’ civetta, ma furba come una volpe, colonna portante della famiglia e a volte un po’ serpentella. «Ricordo le camminate insieme per raccogliere “i bachét”. Sceglievamo i rami più belli di nocciolo, o di salice, le cui radici assumono delle curvature che ricordano le bisce, ma anche il faggio. Poi seccavamo il legno e lui sfruttava il movimento naturale del materiale per lasciarsi ispirare» racconta con affetto la moglie Silvana. «L’ispirazione non arrivava per ogni pezzo, a volte risuonava un bel “no me gnen nient!”, ma quando arrivava lui si metteva all’opera senza nemmeno fare uno schizzo prima, con un suo progetto ben chiaro in testa. Molte persone, quando trovavano legni particolari, ce li portavano a casa.»

In 20 anni di attività Quinto ha prodotto un numero infinito di pezzi unici. Un’eredità preziosa, che racchiude una grande passione, talento e il racconto di una vita rurale attraverso le mani di chi l’ha vissuta. I materiali sono disponibili per essere esposti o per progetti didattici.

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