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Le Méde di Dario

monumenti temporanei alle grandi fatiche del passato

Le Méde di Dario

monumenti temporanei alle grandi fatiche del passato

Anche se uno cammina distrattamente, certo si accorge di loro in quanto destano curiosità: sono le tre “mede” che si trovano ad Arson, sulla strada verso San Mauro. Ho provato a tradurre efficacemente in italiano il termine “méda” (con la é chiusa), avvalendomi anche del Dizionario del Feltrino Rustico (B. Migliorini – G.B. Pellegrini 1971), che indica “pagliaio”, ma, a mio parere, il termine non rende l’idea dell’oggetto, ma soprattutto della gran fatica che si trova in quell’opera, che non è, e non era destinata, a durare nel tempo.

La méda ha un “letto” alla base fatto di rami, frasche e qualche sasso per cercare di darle un appoggio il più dritto possibile e fare in modo che possa “respirare”, nel senso che il fieno non sia a contatto diretto col terreno. In mezzo “el medil”, tradotto dal citato dizionario come “stollo del pagliaio”, ben piantato e che sporge in cima alla caratteristica forma a pera della méda.

Era un modo per stoccare per qualche mese il fieno che si faceva sulle montagne sopra Arson e Lasen, ma non solo, che fino a oltre la metà degli anni 60 erano interamente falciate, anche sulle pendenze più insicure, sull’orlo delle crode, in un’agricoltura eroica, come l’ha definita Antonio Tatto, purtroppo recentemente scomparso, nel suo libro “Sort – Storia di un’agricoltura eroica”.

Ma di quel fieno, anche se “magro”, ce n’era estremamente bisogno per riuscire ad alimentare un numero sufficiente di bovini che consentissero alle famiglie di tirare avanti. Si falciava in montagna, fra il secondo e il terzo taglio della fienagione dei prati coltivati, si seccava, si facevano le méde (oltre 100 tra San Mauro e Monte Grave), stando in quota per giorni, mangiando polenta e formaggio, e dormendo in ripari di fortuna (i casoi), poi con la slitta (la mussa) si andava a prendere il fieno a inizio primavera quando le condizioni del tempo lo consentivano.

Così, in ricordo di tutta questa fatica, Dario Maoret ha deciso di falciare il fieno magro (da prati non concimati) e con l’aiuto degli amici, in una sorta di festa, lo ha portato vicino a casa e, direi con arte, ha realizzato tre belle méde.

Chiedo direttamente a lui il perché di questa singolare iniziativa. Spiega Dario: «Mi piace ricordare, a chi passa da queste parti, i lavori di un tempo, lavori di fatica. È bello farlo aiutandosi fra amici: è un modo diverso per stare insieme e alla fine fare festa. Vorrei che i nostri nipoti rispettassero le cose del passato, e ritengo che ci siano delle basi che vanno tramandate per non dimenticare. L’estate prossima vorrei sistemare una méda, falciare un po’ di fieno e rifare la parte rovinata, una ogni anno in maniera che si mantenga la coreografia».
Allora, buon lavoro!

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31/05/2024

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