Le latterie in provincia di Belluno hanno avuto nel secolo scorso un ruolo importante nella povera economia locale. Nacquero da un’idea geniale del parroco di Forno di Canale (attuale Canale d’Agordo), don Antonio Della Lucia, una sorta di apostolo della cooperazione casearia. Era il 1874 e tale latteria risulta essere anche la prima in Italia; da quel momento le latterie sul territorio bellunese si svilupparono a macchia d’olio.
Per un territorio entrato e uscito suo malgrado dalla Grande Guerra, il periodo post-bellico fu duro per i suoi abitanti. Il fattore principale che sviluppò questo fenomeno fu l’emigrazione, dapprima verso le Americhe, poi verso gli altri paesi europei. Quasi sempre erano gli uomini a partire e per chi restava, soprattutto per le donne, era dura tirare avanti. L’economia per lo più familiare era basata su una piccola stalla con alcuni animali da cui trarre il magro reddito: un paio di mucche, il maiale, conigli e pollame vario. Così le latterie, per lo più a carattere sociale, raggruppavano le famiglie contadine di una zona e creavano una sorta di economia circolare che permetteva almeno una sopravvivenza.
Economia circolare e prodotti caseari
Dal conferimento del latte prodotto si ottenevano formaggio, burro, ricotta, ecc. Questi prodotti venivano venduti, ma una piccola parte andava ai soci in proporzione al latte conferito nell’arco di un anno solare. Nulla veniva gettato: per esempio lo scòlo, il residuo finale dopo le varie lavorazioni, veniva usato dagli stessi soci per preparare l’impasto dei maiali allevati in stalla, da cui nei mesi invernali si ricavavano vari tipi di insaccati poi conservati in ottime cantine.
Altro fattore positivo di questa povera economia era che, con il bisogno di foraggio per alimentare il bestiame, i terreni erano costantemente falciati e tenuti in ordine. In provincia il fenomeno delle latterie coprì un arco di secolo; infatti terminarono di cessare la loro attività nel 1975 a causa di un decreto ministeriale che non le riconosceva così come erano strutturate.
Industrializzazione e declino
Sicuramente anche l’industrializzazione del territorio, favorita dal post-disastro del Vajont, portò tante famiglie ad abbandonare l’attività contadina e successivamente lo si è potuto notare nell’incuria dei terreni e nell’avanzare costante e inesorabile dei boschi, anche questi non più curati. In quei cento anni il numero di latterie attive, con alcune non regolamentate, si è aggirato sulle trecento unità, con variazioni in base alle chiusure compensate dalle nuove aperture. La parte del leone l’ha fatta il Feltrino con 86 strutture, di cui ben 20 nel solo comune di Feltre. Di tutte le latterie, la più nota è Lattebusche, che da semplice latteria nel tempo è diventata industria.
Rimanendo alla sola Valbelluna, ci sono comunque delle realtà che si sono riqualificate e tuttora sono apprezzate da tanti consumatori anche di fuori provincia. A Sospirolo troviamo Camolino, che promuove anche altri prodotti tipici del territorio. Rimanendo nella Destra Piave troviamo pure Sedico e Tisoi, ancora ben quotate e con ottimi prodotti. Passando in Sinistra Piave hanno trovato una loro interessante dimensione Frontin e più in su Sant’Antonio Tortal, e ancora Lentiai e Valmorel.
Tutte queste realtà sono sopravvissute grazie a diverse trasformazioni societarie e strutturali, ma anche per la qualità dei loro prodotti. Non dimentichiamo poi che, nel periodo estivo, le ancora poche malghe attive contribuiscono realizzando prodotti più rustici e meno lavorati, ma ricercatissimi da parte di tanti estimatori.