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Le Fave: Frutto Dimenticato

Le Fave: Frutto Dimenticato

Sentendo parlare di fave, molti bellunesi restano sopresi che siano considerate a tutti gli effetti un prodotto tradizionale della loro zona, anzi a molti evocano tipicità del Centro-Sud Italia. Invece, fino ai primi anni dell’Ottocento, le fave rappresentavano per tutto il territorio bellunese una grande risorsa alimentare ben diffusa in coltivazione.

Con l’avvento e progressivo apprezzamento del più produttivo fagiolo del genere Phaseolus proveniente dall’America, sono state in breve tempo ampiamente soppiantate e dimenticate. Per la Valbelluna è stata un’assoluta disfatta e oggi rappresentano un frutto dimenticato, mentre sono sopravvissute in coltivazione in limitate aree dell’alta montagna bellunese laddove appunto, per motivi climatici, i fagioli non giungono a maturazione, come in particolare l’Alto Zoldano, la Val Fiorentina, l’Ampezzano e in particolare l’Alto Cordevole. A queste terre alte possiamo attribuire le ultime e uniche significative produzioni di tutto il Veneto del 1956, che raccontano una superficie di 14 ettari e una produzione totale di 300 quintali di prodotto secco. Poi anche in quelle aree il declino è stato importante e ad oggi le fave si possono scorgere in coltivazione solo in piccoli e rari orti familiari, come sono anche pressoché scomparsi i cosiddetti favèr, le caratteristiche strutture lignee alte fino a 12 metri, nelle quali erano appese ad essiccare le piante di fave in manipoli.

LA SENSIBILITÀ
DEL TERRITORIO BELLUNESE
Tuttavia non dobbiamo disperare perché anche nel nostro territorio è ormai grande la consapevolezza e sensibilità per la salvaguardia della biodiversità, che viene sempre più percepita e valutata, non solo da chi possiede una cultura storica, ma anche dal mondo scientifico e politico, per tutti i positivi connessi aspetti culturali, estetici e produttivi.

Vari sono gli studi e i progetti sia di natura etnobotanica che agronomica svolti a favore della salvaguardia di questo legume, per i quali vi consigliamo i seguenti testi di approfondimento: il Quaderno n° 5 dal titolo “Fava, patata, fagiolo, papavero” curato da Daniela Perco ed edito nel 1988 dalla Comunità Montana Feltrina, il libro “Biodiversità coltivata nel Parco Nazionale Dolomiti bellunesi” edito nel 2006 dallo stesso Parco e ancora il capitolo dedicato alla fave bellunesi nel libro “Montagne di cibo, studi e ricerche in terra bellunese” edito nel 2013 dalla Provincia di Belluno.

Le fave bellunesi sono dunque ben caratterizzate e, grazie a varie iniziative di recupero effettuate nello Zoldano e Alto Agordino, è stata anche recuperata l’antica varietà locale bellunese, oggi conservata e coltivata a fini didattici e scientifici presso l’Azienda dell’Istituto Agrario di Feltre.

LE FAVE IERI E OGGI
Così ancor oggi ci appaiono, con stelo eretto, fiori bianchi con una caratteristica macchia nera, dai quali si sviluppano baccelli di colore verde intenso allo stato fresco e di colore bruno-scuro in piena maturazione, da cui si ottengono dai 2 a 4 semi di colore molto variabile che va dal beige, al marrone chiaro e fino al violetto. Nel passato l’utilizzo alimentare più immediato e tradizionale che si faceva delle fave è paragonabile a quello delle caldarroste e infatti scolari e boscaioli se ne riempivano le tasche, cibandosene poi come pasto durante la giornata.

Le fave secche vengono altresì ammollate e utilizzate in minestre, mentre le fave fresche, con tutto il baccello o sgusciate, vengono lessate in acque e sale. Altri originali tradizionali utilizzi si hanno trasformando le fave in farina per preparare delle farinate dette dùfa-zùfa o ancora particolari forme di pane mescolate a farina di segale e orzo.

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