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Le custodi delle api

Donne in gamba

Le custodi delle api

Donne in gamba

Così come le api, che collaborano diligentemente ognuna con il proprio compito ma per lo stesso obiettivo, eccole lì, con i loro attrezzi in mano e stampato in viso l’orgoglio di essere apicoltrici. Silvana Savaris e Lucia Sommacal di Visome e Annalisa De Dea di Castion sono tre amiche e tre donne in gamba, le cui vite scorrono al ritmo della natura e delle sue stagioni. Un ecosistema di passioni, cura e dedizione. «Hanno detto che innamorarsi fa bene» dice Lucia. «È vero. Da quando ho conosciuto le api, me ne sono innamorata. Hanno dato un nuovo spunto alla mia vita.»

Lucia si avvicina all’affascinante mondo delle api nel 2011. Memore di quell’arnia vuota che la madre soleva tenere sul fienile nella speranza di trovare uno sciame, decide che è giunto il momento di prenderne l’eredità. «Ho iniziato con una regina azzurra dopo aver seguito due corsi di apicoltura con la mia amica Mara Nenz. Il primo mi ha spaventata a causa di tutte quelle malattie delle api. Con il secondo si è accesa una vera scintilla.» In quegli anni, gli apicoltori erano meno numerosi di oggi, e le due amiche, preoccupate dalla carenza di api sui prati fioriti e nei giardini, hanno acquistato due casette. O la va o la spacca. Ed è andata. «Oggi siamo ancora qui, ma con una famiglia un po’ più grande: 12 casette e 2 nuclei.»

Aumentano le casette di api e le due amiche partono alla ricerca di nuovi luoghi e nuove fioriture per garantire lavoro agli insetti e varietà di miele per tutta la stagione. Così, Mara approda a casa di Annalisa. «Mara ha portato le sue api da me» racconta Annalisa. «Osservavo quello che faceva e nel frattempo mi iscrissi al corso. Imparavo giorno dopo giorno e, alla fine, me le presi anche io. Essendo proprietaria di un’azienda agricola, mi accorsi subito della differenza.
Grazie all’impollinazione di queste brave operaie, nelle annate buone l’incremento dei prodotti agricoli raggiunge il 70%.»

La storia di Silvana ha invece inizio qualche anno prima. La chiamano infatti “la maestra” per la sua grande esperienza. Appeso al muro, a testimonianza di ciò, l’attestato ricevuto in occasione del “Premio Limana Paese del Miele” vinto nel 2017 con la miglior melata di abete. Nel 1967 l’amore per il marito Silvano la porta a Visome. Un appassionato ed esperto di apicoltura, che ereditò a sua volta la passione dalla nonna, che tutti chiamavano Rosa delle api e che, prima della guerra, portava a casa grandi brocche piene di miele. Una passione che ha dato il via alla loro avventura insieme, loro due e le api, durata 40 anni. Dopo un momento di vita difficile, Silvana decide di sbarazzarsi dei cari insetti. «Erano tanti gli acquirenti interessati, ma volevano pagare poco, dicevano che le casette non valevano, e io ero così delusa. Così, quando la mattina ho sentito arrivare i camion per caricarle, ho aperto la finestra e ho detto che avevo cambiato idea, che me le sarei tenute» racconta Silvana. «Sono così contenta di quella scelta, è stata una cura per me. La reciprocità dell’occuparsi di un essere vivente dà carica. Ci dimostra che la vita continua, tutti i giorni. Nonostante qualsiasi problema le api vanno avanti e lavorano.»
Quattro percorsi che si intrecciano, quelli delle nostre apicoltrici, per non districarsi più. «Essere state unite ci ha aiutate ad andare avanti e a fare squadra. Si tratta di un lavoro che può essere faticoso dal punto di vista fisico, ad esempio quando bisogna togliere i melari, che arrivano a pesare anche 20 kg. Ci aiutiamo anche per fare correttamente i trattamenti.»

Il loro impegno va oltre la gestione dell’apiario. Ognuna di loro si sta adoperando per creare un piccolo ecosistema. Lucia, grande mangiatrice di miele, ha creato il suo “giardino delle api”, piantando piante mellifere in ogni dove. Fiori ovunque, con l’obiettivo di creare un ambiente favorevole perché le api possano vivere sostentandosi naturalmente attraverso fiori e alberi, come l’albero del miele, sofora, lavanda e paulonia, ma anche piante orticole ed erbe aromatiche come zucche e zucchine, rape, timo, origano, lavanda, cavolo nero e riccio, che vanno lasciate andare in fiore. Attorno alle loro case, non mancano i prati lasciati incolti o seminati a fiori con grano saraceno e facelia. Silvana ha seminato 14 tipi di fiori su un campo che era dedicato al granoturco. L’obiettivo è avere sempre fioriture scalari, per fornire sostentamento continuo alle impollinatrici, dalla primavera fino a ottobre. «Creare biodiversità è importante per evitare la logica di monocolture e trattamenti intensivi, che danneggiano le api. In questo modo, la natura si autoregola: nasce l’insetto cattivo ma anche quello utile che lo mangia, un problema che diventa una risorsa» spiega Annalisa. «Crediamo nell’idea di creare ambienti più naturali e biodiversi possibile, dove la natura trovi l’equilibrio senza l’intervento dell’essere umano e senza sfruttamento. Sono i principi della permacultura e della logica su cui hanno sempre fatto affidamento i nostri nonni.»

È dolce il ronzio dei loro giardini ed è la cosa più importante. «Se le api stanno bene, siamo contente. Non ci accaniamo se non c’è miele, anche se, quando l’apiario pesa, è una grande felicità. Il nostro compito è occuparci nel nostro piccolo di rispettare la natura e amarla» continua Annalisa. «In questo senso, dovremmo imparare a rispecchiarci nella sistema sociale di questi insetti. Dimostrano che, se ognuno agisce nel proprio piccolo, le cose poi vanno in un certo modo. Non possiamo sempre pensare che siano gli altri a dover risolvere i problemi.»

Donne che sono il manifesto della vita, con il rispetto e la cura propri della maternità. Donne che trasmettono la stessa voglia di vivere che suscita l’osservare il febbrile lavorio delle api. Donne che sanno trovare la serenità tra un fiore e un battito d’ali. Oggi Annalisa, Silvana e Lucia trasmettono i loro saperi e le loro passioni a figli e nipoti: Nicola, Damiano, Simone, Adele, Marianna e Severino sono i destinatari privilegiati del tesoro più prezioso.

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