Negli ultimi anni è esplosa la voglia di montagna: forse per moda, forse per contrasto al periodo Covid, migliaia di persone si riversano per sentieri o bramano di trasferirsi nelle valli Dolomitiche a vivere e lavorare. Per molti il sogno della vita è gestire un rifugio. Ma è davvero tutto così bucolico come nell’immaginario collettivo? Per scoprirlo, sono andata a trovare Erika De Bortoli e Andrea Marchetti, che da quattro anni gestiscono il rifugio “Bruno Boz” di proprietà del Cai di Feltre, situato in una conca prativa ai piedi del Sass de Mura. Il rifugio è una piccola struttura in pietra con 34 posti letto divisi fra il corpo principale e la dependance.
Tante persone vi invidiano. A torto o a ragione?
«Bisogna dire innanzitutto che gestire un rifugio significa non andare per monti. Il lavoro da fare è così tanto che non restano né il tempo né le forze. Poi, certo, nelle belle giornate sembra di essere in Paradiso, ma quelle brutte possono anche somigliare all’inferno, la realtà è diversa da quella che si può dedurre vedendo qualche foto. A livello economico, si pensi che tra noi e un locale in centro a Feltre non passa nessuna differenza in termini fiscali, nonostante siano evidenti le differenze…».
Quali sono le principali difficoltà?
«In realtà è tutto difficile: il meteo che non aiuta, le ore di lavoro infinite, la gestione delle risorse, la ricerca del personale. Per noi il problema maggiore è la logistica. A inizio stagione facciamo un grosso carico tramite elicottero, ma poi ci dobbiamo arrangiare con la macchina e portare la spesa con la teleferica. Non essendoci strade fino a qui, dobbiamo lasciare l’auto a 20 minuti a piedi di distanza e poi farne 40 di guida per arrivare a Fiera di Primiero, idem al ritorno. La teleferica porta poco e per fare un carico due persone ci mettono mezz’ora. Serve una super organizzazione mentale prima per non dimenticare nulla nella lista della spesa, poi per ottimizzare i tempi, tenendo conto che se piove o c’è vento forte la teleferica non funziona».
A proposito di gestione delle risorse, come fate al riguardo?
«Per fortuna qui non manca l’acqua, per l’elettricità abbiamo dei pannelli fotovoltaici e una turbina che però va in tilt quasi ad ogni temporale. In caso di emergenza abbiamo anche un generatore a gasolio che cerchiamo di usare il meno possibile. Proprio per questo nel nostro menù mancano quelle pietanze che richiedono l’uso della piastra, una scelta che ogni tanto crea qualche malumore ma di cui siamo convinti!».
Erika, in passato hai gestito anche il Rifugio “Dal Piaz”. È cambiato nel tempo il frequentatore dei rifugi?
«Ultimamente si approccia alla montagna gente che non ne conosce le dinamiche, persone che prima non si sarebbero mai sognate di camminare per sentieri. Per fortuna gli sprovveduti totali sono pochi, la maggior parte arriva preparata o consapevole e, se ci chiedono informazioni, si fidano». «Il problema è che oggi si pensa di poter fare tutto col telefono» interviene Andrea «mentre saper leggere una cartina o interpretare il meteo e l’ambiente sono cose indispensabili che possono salvare la vita».
Da dove provengono le persone che arrivano da voi?
«Da noi transita l’Altavia numero 2 che attraversa posti tra i più belli e famosi delle Dolomiti, quindi arrivano, oltre ad europei, anche escursionisti da America, Canada, Australia, Nuova Zelanda e anche qualche Coreano».
Quali sono le cose che apprezzano di più?
«Il rifugio vecchio stile piace molto. Quando gli ospiti entrano nelle camerate coi muri a sasso ne rimangono estasiati! Poi la cucina: proponiamo piatti il più possibile a chilometri zero, carne e fagioli sono della nostra azienda agricola, il formaggio di un caseificio di Lamon. Il fatto di essere “piccoli”, inoltre, ci permette anche di poter scambiare qualche parola con i nostri ospiti, cosa particolarmente gradita».