Quando hai la fortuna di nascere nella bottega artigiana di tuo padre, se riesci ad assorbire da lui e dall’ambiente un po’ di tecnica, ispirazione e afflato poetico corri il “sano rischio” di seguirne le orme. E se è vero che i frutti non cadono mai lontani dall’albero, può capitare che tutto ciò diventi predestinazione da coltivare sino ad elaborare una propria cifra stilistica facilmente riconoscibile.
È il caso di Franco Fiabane, uno dei maggiori scultori bellunesi del secondo Novecento, nato a Belluno nel 1937, dove ha sempre operato sino alla scomparsa nel 2015. L’iniziazione all’arte, per l’appunto, avvenne con la citata bottega artigiana, frequentata fin da giovanissimo, avendo come maestro il padre Berto, scultore di notevole talento. Dall’apprendimento delle tecniche di lavorazione e di restauro della pietra, Franco passò poi a sviluppare la sua ispirazione anche attraverso grafica, bronzo e legno.
Già il racconto dell’inizio di una luminosa carriera artistica scopre risvolti poetici che poi si ritrovano nelle sue opere: «Ho iniziato da bambino giocando con il gesso e i materiali di mio padre». Ci hanno giocato anche tanti di noi con i gessetti, ma l’arte è un’altra cosa… Lui aveva però su di sé l’occhio maestro ed attento del padre scultore autodidatta: «Mio padre mi insegnò a distinguere tra bello e mediocre». Era già un bel punto di partenza: «Fantasticavo sulle linee», racconta Franco, «perché il mio primo slancio è sempre stato quello del disegno a matita». Una mano felice la sua che disegnava armonie sulla carta.
L’ispirazione non lo abbandonò mai e lo “inseguiva” anche dentro casa quando si lasciava attrarre dalle venature del marmo del tavolo di cucina. Così finì che egli abbandonasse anzitempo la scuola per darsi interamente all’arte. Pentito? «Senz’altro ho fatto male; ma sono sempre riuscito ad essere libero dai condizionamenti nel mio lavoro. A 13 anni acquistai i primi libri di anatomia, di disegno dal vero, per studiare il corpo e il volto». La prima commessa arrivò per una riproduzione della Pietà in una parrocchia dell’Agordino, chiamato da don Rinaldo De Menech. Dal 1974 iniziò ad esporre in personali e collettive in tutta Italia e in altri Paesi con largo consenso di pubblico e critica.
Appare impossibile non ricordare la “Resurrezione con superstiti” e “Sant’Antonio” nella chiesetta del Vajont; la Madonna di Loreto all’Aeroporto di Belluno; il Monumento degli Alpini di Castion; il Monumento ai “Caduti per l’Ideale” di Soverzene; la “Deposizione” per una cappella a Mogliano; il Tabernacolo, l’Annunciazione e il Crocefisso nelle Sale ricreative di Bolzano; il Tabernacolo nella chiesa di Longarone del Michelucci; l’Angelo dell’accoglienza e la Via Crucis al Santuario del Nevegal; le Porte della chiesa di Lentiai; il trittico monumentale al Cimitero delle Vittime del Vajont a Fortogna. È solo un piccolo segmento della sua arte che nel 2005 gli valse il Premio S. Martino del Comune di Belluno.
Nell’ideale cornice dove sta la produzione artistica di Fiabane senza dubbio campeggiano la Madonna “Regina delle Dolomiti” tra Marmolada e Ande argentine; gli Alpini dell’omonimo Ponte, la “Via delle Beatitudini” nella chiesa di san Giovanni Bosco ed il Monumento all’emigrazione di via Cavour a Belluno.
Dentro tale cornice c’è tutto il vissuto artistico di Franco Fiabane tra forza espressiva, dolcezza poetica, elaborazione plastica e messaggi di fede e di pace. Così bronzo, pietra, legno e marmo si piegavano al volere dell’Artista.