Passare così rapidamente dal paesaggio attorno a Malga Garda alla rappresentazione astratta dei sentimenti di una notte d’amore non è cosa propria di tutti gli artisti.
Ebbene, ne è capace Eva Petra, al secolo Eva De Cet. Le sue lodi non le tessiamo noi, ma sono attestate da numerosi premi assegnati durante una lunga carriera e da una nutrita lista di personali e collettive nel mondo.
Ma “Nemo propheta in patria” è vero anche in questo caso: il riconoscimento più recente è addirittura stato consegnato a Montecarlo nel settembre scorso, dove ha ottenuto la “Palma d’oro” per le arti visive con un suo lavoro astratto dal titolo “Forever”. A novembre era all’Art Show di Padova e si è appena conclusa la Vernice Art Fair di Forlì dove Eva era presente.
Originaria di Soranzen di Cesiomaggiore, l’artista ora vive a Sedico da qualche anno. Dopo il diploma all’istituto magistrale “Vittorino da Feltre”, ha frequentato corsi di acquerello con il maestro milanese Angelo Gorlini e con il bellunese Walter Bernardi. La sua passione inizia sin da giovanissima, a dieci anni, quando con i pastelli disegna dei fiori (i pelargoni) mentre a 14 anni decora dei piatti disegnandovi un capriolo e una lepre. Ma è nel 2004 che, passando dal figurativo all’astratto, viene notata soprattutto in terra siciliana.
Molte le personali, alcune locali (come al Col di Roanza), molte fuori provincia (Ferrara, Torino, Bologna, ecc.); le collettive vedono la sua presenza a Roma (galleria e villa Doria Pamphili), e, tra le altre, Milano, Palermo, Sanremo, Firenze in importanti gallerie. All’estero si citano Helsinki, Istanbul e – dietro l’angolo – Hong Kong (con la società culturale “Dante Alighieri” ed Upaf).
Segnalazioni in svariati concorsi (tra cui la Biennale d’arte sacra di Venezia), al Grand Prix in Costa Azzurra; un’opera si trova in una struttura pubblica in Congo, altre sono permanenti a Cremona e Palermo. Un’importante soddisfazione è per l’opera scelta dalla Croce Rossa di Ginevra nel 2003 quale simbolo, riprodotto su cartolina, in occasione degli allora 40 anni dalla tragedia del Vajont.
Dai paesaggi delle nostre terre (Monte Pelmo, Piave, Seren del Grappa, Croda da Lago) agli animali (Testa di cavallo, il Pointer), e soprattutto laghi, sassi, alberi, in particolare la neve, sono i soggetti preferiti, quasi tutti ritratti partendo da fotografie fatte dalla stessa artista. Niente figure umane, bensì, con uno stacco che ne rende quasi irriconoscibile la mano, spazio all’astrattismo per raffigurare le emozioni (Meditazione; Un momento improvviso, ecc.). Eva ha realizzato anche un’Ave Maria per la parrocchia di Sedico.
Non è un’artista “da quantità”, ci racconta. I suoi lavori sono pensati, alcuni (La neve) richiedono anche mesi di pensiero, preparazione, studio; poi qualche volta escono di getto, dopo una lunga fase elaborativa, magari alle cinque del mattino come “Forever”. E ci rivela un segreto: se il figurativo può essere tecnicamente difficile da realizzare (vedi le sfumature e il senso di freddo della neve), l’astratto richiede concentrazione, pensiero, uno «sforzo mentale» nelle parole dell’artista.
Una lunga carriera di 50 anni, interrotta poi negli ultimi dieci e appena ripresa, sulla spinta del riconoscimento a Montecarlo, e che ritrova una naturale continuità, anche grazie alla vicinanza della famiglia. I lavori non sono di grandi dimensioni, solitamente 45×50 cm. Le tecniche? Smalto con spatola nel caso dei quadri astratti, olio su tela o su carta per i figurativi (pochissimi acrilici). Quello a cui è più affezionata? “Non chiudere la porta della memoria”, un olio su tavola preparato per una rassegna bellunese dedicata alla memoria storica. Se altri lavori erano riferiti a periodi cronologicamente definiti, il suo è una via di mezzo tra il figurativo e il simbolico: porte socchiuse in edifici senza tetti, per non fermare il pensiero…