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L’antropologa Daniela Perco

LA RAGAZZA col MOTORINO

L’antropologa Daniela Perco

LA RAGAZZA col MOTORINO

Daniela Perco, antropologa, protagonista della nostra copertina, è originaria di Brunico ma vive a Feltre dall’età di sei anni. Dagli anni Novanta ha una seconda casa a Cesiomaggiore, dove si trova la sua straordinaria creazione: il museo etnografico della Provincia di Belluno e del Parco nazionale Dolomiti Bellunesi di Seravella.

La curiosità per le fiabe popolari
Quand’era bambina non le sono mai state raccontate le “fiabe della buonanotte” – ci rivela lei stessa – ma, una volta cresciuta, si è interessata proprio a questo: frequentando l’Università a Roma (Lettere con indirizzo demo-etno-antropologico) partecipò a un seminario di favolistica per il quale cominciò a compiere delle ricerche sul territorio.

Tra il ’74 e il ’75 la si poteva vedere girare in motorino per i paesi del Bellunese, con registratore e macchina fotografica, alla ricerca di persone da intervistare. Non tutti si mostravano subito disponibili (anche mamma Maria Maddalena faticava a capire il senso di queste ricerche) ma, superate le prime diffidenze e coinvolti dall’abilità della ricercatrice, gli intervistati condividevano con orgoglio racconti personali e di tradizioni locali.

Daniela scoprì così dei narratori straordinari, come Mattia dall’Agnol, abitante di Fastro (Arsiè), che le raccontò la vicenda del “drago a sette teste”. La registrazione, disturbata la prima volta dai rumori della campagna, venne ripetuta poi con la messa in scena della vicenda recitata dallo stesso narratore e alla presenza di un numeroso pubblico invitato da lui stesso, avendo colto le potenzialità della ricerca.

I viaggi di ricerca in Brasile e in Egitto
Daniela si appassionò anche alle storie di tutto il mondo, dal Brasile all’Arabia.

Alla cultura brasiliana l’ha avvicinata il professore di tradizioni popolari, l’antropologo ed etnomusicologo Diego Carpitella, quando a lezione raccontò della comunità brasiliana di Rio Grande do Sul, mentre a far conoscere la seconda fu il marito Giovanni Canova, docente di lingua e letteratura araba all’università di Ca’ Foscari di Venezia e a Napoli.

Dopo essersi laureata nel 1977 con una tesi che metteva a confronto i racconti bellunesi con quelli brasiliani, Daniela riuscì a visitare più volte il Brasile, raggiungendolo con emozionanti e burrascosi viaggi via mare.

La prima volta una borsa di studio dell’Università di Roma le permise di viaggiare per il Brasile a bordo di una vecchia Volkswagen scassata, passando per Nova Venezia, Nova Treviso, Nova Trento… dove gli abitanti parlano “talian”, un dialetto molto simile a quello veneto.
Sempre grazie a una borsa di studio universitaria, nel 1982 attraversò le campagne egiziane e imparò il dialetto del sud dell’Egitto per poter raccogliere testimonianze e fiabe popolari.

La nascita del Museo
Una volta tornata in Italia diede vita a delle iniziative che la portarono a diventare direttrice del Museo etnografico Dolomiti. Tutto iniziò quando il Museo Nazionale Popolare di Roma le affidò la schedatura di oggetti provenienti dal Bellunese. Grazie alla collaborazione con appassionati della cultura locale, in particolare il Gruppo Folk di Cesiomaggiore con l’allora presidente Carlo Zoldan, nacque a Feltre nel 1979 un centro di documentazione per la cultura popolare.

Nel 1997 venne inaugurata la prima sezione del museo etnografico di Seravella dedicata alle ricerche su canti e tradizioni popolari grazie a una legge regionale che prevedeva la presenza di un museo etnografico per ogni provincia.

Tra il 1997 e il 2005 il museo si arricchì di biblioteca, esposizioni varie, pubblicazioni su ricerche specifiche e, naturalmente, di un archivio digitale, sonoro e visivo, frutto delle centinaia di ore di registrazioni raccolte da Daniela e poi trascritte fedelmente per ore e ore.

La “ragazza col motorino” è in pensione dal 2016 ma continua a collaborare col museo e a raccontare, con passione e anche ironia, le storie che l’hanno emozionata, compresa una rovinosa caduta ad Arina (Lamon) per lo sbilanciamento dell’ingombrante registratore da una parte e la macchina fotografica dall’altra.

É grazie alla sua dedizione e alla sua passione che possiamo conoscere il museo per ciò che è ora.

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