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L’amore prima dei social

a Tassei

L’amore prima dei social

a Tassei

Mia nonna Maria era nata nel 1905. Il 26 o il 27 dicembre, non lo abbiamo mai capito bene, perché nel 1905 l’anagrafe non era scienza esatta. Pare dipendesse dal numero di osterie in cui il novello padre si fermava a festeggiare il nuovo venuto prima di arrivare alla Parrocchia per la registrazione. Il mio bisnonno doveva aver fatto parecchie tappe, perché una volta dal parroco smarri la favella e farfugliò una data abbastanza a caso.

Nonna Maria non si scompose mai per questo incidente anagrafico, giù di lì sono nata, diceva, e mantenne questo atteggiamento di tranquillo fatalismo per tutta la vita. Del resto, ne aveva passate tante per preoccuparsi per una cosa cosi banale come una data: si ricordava perfettamente i saccheggi degli austriaci dopo la ritirata di Caporetto, il terribile anno della fame, nel quale loro, i contadini – diceva – erano i nuovi ricchi, ossia quelli che qualcosa da mangiare lo avevano sempre. Aveva ben presente le rappresaglie tedesche in cerca di partigiani nascosti, dopo l’8 settembre, e lo smarrimento del dopoguerra, la fatica nell’allevare i cinque figli, mio nonno tornato dalle miniere della Francia con quella silicosi che se lo sarebbe portato via troppo presto. Diceva spesso che se non avesse visto il mondo cambiare così non ci avrebbe creduto, e osservava incredula e curiosa i cambiamenti che le scorrevano intorno: la luce elettrica, la televisione, prima in bianco e nero e poi a colori col telecomando, la lavatrice, la macchina, e soprattutto il riscaldamento e l’acqua in casa. Le pareva tutto un inaudito incantesimo, a lei penultima di otto figli nata in quel di Tassei, dove per avere una strada verso Castion si erano dovuti aspettare gli anni sessanta. Per un bel pezzo l’abbiamo sentita dire che per lei nulla ormai sarebbe stato incredibile; poi, all’alba dei suoi ottant’anni, le successe la cosa più straordinaria di tutta la sua lunga vita, che per un po’ la lasciò senza parole, addirittura.

Era un pomeriggio di sole, nella primavera del 1985. Faceva calzini seduta sulla panchina davanti alla finestra della cucina, dopopranzo. All’improvviso il silenzio fu rotto da un motore d’auto, e una Citroen azzurra vecchia e impolverata si fermò davanti al cortile di casa nostra. Ne scese dal lato guidatore una donna alta, sulla cinquantina, bionda. Fece il giro della macchina ed aiutò a scendere il passeggero: un vecchio curvo, non molto alto, con un bastone e un’aria solenne, che sorrideva. Si avvicinò alla panchina, osservò bene la sua ospite, quindi si mise a piangere. Si voltò verso la donna e le disse: «Questa è quella giusta!».
Si tolse il cappello e si avviò con passo il più possibile spedito verso la nonna, spalancò le braccia ed esordì : «Maria, son qua!». Quella lo guardò , smise di sferruzzare e, con la solita calma imperturbabile, rispose serafica: «Mi, fiol, no te conose!» e via di dritto e rovescio. Lui insistette, si avvicinò ancora e le disse piano: «Sì che te me conos: son Vaio!». E le appoggiò la mano sulla spalla. Trenta secondi. Trenta secondi ci mise Maria per realizzare.
Poi appoggiò i ferri in grembo e disse, semplicemente: «No ghe crede!». Venne fuori che il vecchietto altri non era che il primo fidanzato di mia nonna, emigrato in Francia in cerca di fortuna subito dopo la guerra (la prima guerra) e mai più tornato. Si scoprì che lui le aveva scritto per anni, e che lei non aveva mai risposto. Che in Francia, vicino ai Pirenei, si era sposato ed aveva avuto una figlia, la signora bionda. Che non aveva mai smesso di raccontare del suo paesello natale e di Maria e che aveva voluto assolutamente tornare sentendosi ormai prossimo alla fine.

Se stai via per 65 anni probabilmente il mondo che trovi non è più quello che ti ricordi, ma Vaio non si scompose: era in missione per vedere Maria e Maria avrebbe visto. La figlia ci raccontò che non fu mai sfiorato dal dubbio che fosse morta o emigrata o malata: sentiva che l’avrebbe trovata ed era salito sulla Citroen, incurante del viaggio lungo e scomodo.

Non sapendo da dove cominciare la ricerca, ebbe la prontezza di andare al bar Cinque vie, in piazza a Castion, chiedendo di mia nonna, nome e cognome. Dopotutto nelle osterie da sempre si incrociano racconti, persone e destini, e, in un’epoca nella quale i social erano ancora di là da venire, bastò un giro di ombre per essere accompagnato nella bottega del fruttivendolo, dove dopo una paziente fila gli avevano presentato tal Maria. Lui l’aveva guardata e con tranquillità aveva ribattuto che era troppo giovane, essendo la fruttivendola solo sessantenne.

Caso volle che la signora fosse la nipote di mia nonna, figlia di un fratello, e che lo indirizzasse a casa nostra, in quel di Faverga. Si fermò tre giorni, Vaio, durante i quali tornò nella valle da dove era partito a pregare sulle tombe dei suoi morti, andò a salutare qualche lontano nipote che non aveva mai visto, volle vedere la sua casa natale e venne tutti i pomeriggi a salutare mia nonna, seduto sulla panchina al sole.

Gli pareva di essere ancora ragazzo lì, tra i prati di Tassei, l’acqua chiara della Cicogna, le rive di Cet, la salita verso le Ronce e il Nevegal. E come quando era ragazzo, c’era l’amore della sua vita. Sorrideva, Vaio. Lui si avvicinava e lei si spostava dall’altra parte. Una volta ebbe l’ardire di metterle una mano sul ginocchio, ma lei si scostò immediatamente. Le diceva che era ancora bellissima, che si ricordava tutto, e le parlava di lui. L’ultimo giorno, prima di lasciarci, le disse commosso in quel lontano dialetto delle valli: «Vedi Maria , tu sei vedova e io sono vedovo. Se mi avessi sposato saremmo ancora insieme felici e contenti».

Poi se ne tornò in Francia, dove morì pochi mesi dopo. Era vecchio, disse mia nonna. E borbottò per mesi: «Se me l’avessero detto non ci avrei mai creduto…».

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