Ai giorni nostri c’è davvero tanta voglia di raccontare “la montagna”: si spazia dalle Prealpi alle Dolomiti, dalle Alpi alle vette dell’Himalaya, in un grande affresco che mette a tema la natura, l’avventura, perfino il senso della vita e moltissime sono le immagini spettacolari che ci giungono dai canali d’intrattenimento. La bellezza è importante, così come l’impresa, la sfida, e perfino ciò che è curioso o “strambo” e cattura per un po’ la nostra attenzione. Però chi ha memoria delle valli alpine, del Novecento, di certe storie familiari, ha un’altimetria diversa con cui misurarsi: è l’altezza della memoria.
La memoria del Novecento, dei paesi, delle terre, delle stalle, dei prati mormora ancora qualcosa a chi sa ascoltare: la normalità quieta e sapiente del fare di ogni giorno. Forse è questa la cifra, la differenza, che apre a un’appartenenza alla montagna sostanziale e non solo occasionale.
Ricordo un episodio, erano i primi anni Duemila e c’era un vecchio, un vicino di piàia, di prato ripido, una persona bonaria che faticava a respirare e sudava: tutta la sua vita, oltre ai figli e alla famiglia, era stata erba, fieno, vacche, letame, latte, formaggio. Poi un giorno, che eravamo seduti sul prato a guardare i pendii, mi disse una cosa: «Adesso c’è il contributo.» Si riferiva al fatto che in paese, a fronte dei tanti prati incolti, c’era un contributo economico per incentivare lo sfalcio dell’erba, a disposizione di chi teneva pulito il proprio podere. Ho assentito, perché mi sembrava una cosa giusta: riconoscere finalmente il lavoro di chi ha cura del territorio montano. Lui ha bestemmiato, proprio una saràca, secca e svelta come una saetta. E mi ha guardato con gli occhi stanchi e liquidi: «Non ho mai preso niente, lavoro su questi prati da quando sono nato». Poi altre parolacce che non è giusto scrivere, ma è importante ricordare nella mente e nel cuore perché esprimono la rabbia limpida per un’ingiustizia nei confronti di una vita con la schiena curva e senza nessun riconoscimento.
L’altezza della memoria evoca la montagna del lavoro, della cura, dell’abitare, dello stare insieme. Qualcosa che è esistito, con mille contraddizioni, ma aveva al centro le comunità, la terra, l’appartenenza. Una dimensione che coglie con maestria Dino Buzzati: “Ma in certi punti della valle si direbbe che il tempo si sia fermato, a cinquant’anni fa, a un secolo fa, a tre secoli fa. La natura, voglio dire, prati, piante, strade, case ha il sapore delle cose antiche” (Dino Buzzati, La mia Belluno).
Potremmo ragionare sul senso ampio che Buzzati dà alla parola “natura”, ma la cosa che mi sembra essenziale è questa: ciò che vediamo intorno a noi non è solo nostro, del presente, quindi definito da una mappa catastale, o da un atto notarile, ma poggia sulle generazioni che hanno dissodato, curato, lavorato le terre alte fino a essere una parte fondamentale del famoso paesaggio italiano. L’altezza della memoria ci mostra la nobiltà delle vite umili che giorno dopo giorno, e per una vita intera, hanno avuto cura di un certo pezzo di terra, bello, brutto, scomodo, ripido, non importa, ma era dentro l’orizzonte della loro responsabilità. Essere oggi, all’altezza vertiginosa di questa memoria, significa prima di tutto ricordare, e poi mostrare a chi verrà che sappiamo ancora aver cura del paesaggio.