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L’alpeggio in Faverghèra un tempo

nei ricordi di un ragazzo di Sedico

L’alpeggio in Faverghèra un tempo

nei ricordi di un ragazzo di Sedico

Era il 1954 e Riccardo, sessantacinquenne da Noal di Sedico, di origini agordine e reduce della Grande Guerra, con un fisico ancora asciutto e scattante, salì anche quell’estate in Faverghèra, sopra il Nevegal, nella malga che conduceva da anni con i suoi familiari.

Il paesaggio in Faverghèra
La malga si trovava quasi sulla sommità del colle in una piccola depressione a forma di catino e quindi riparata dal vento. Tutto all’intorno cresceva un’erbetta con varie tonalità di verde frammista a una straordinaria quantità di fiori su cui spiccavano le stelle alpine (talune di grandezza inusitata): insomma un vero paradiso terrestre! La zona, dove si conducevano le mucche al pascolo, era alquanto accidentata; tra l’erba, qua e là, affiorava la roccia mentre degli enormi massi sembravano piantati su quel suolo che ogni tanto sprofondava a formare dei grandi imbuti ricoperti da un tappeto verde. I malgari facevano le previsioni del tempo osservando quelle depressioni: se la sera vi si formava come una nebbiolina, il giorno seguente sarebbe piovuto.

Le mucche, talora anche 120, confluivano dalle loro stalle (distanti anche dieci chilometri), nel paese che si trovava all’inizio della salita al colle, per poi incamminarsi lentamente, in colonna, fino alla grande stalla che, imbiancata con la calce e disinfettata ogni anno, le attendeva su in cima. Di solito salivano a metà giugno (verso Sant’Antonio) per ritornare alle loro stalle dopo l’otto di settembre.

La casèra
La malga era costituita da un modesto edificio a due piani (la casèra) e da un lungo e ampio fabbricato (in dialetto al stalón, ossia la grande stalla), entrambi in muratura. La casera era l’abitazione del malgaro e dei suoi famigliari; sprovvista di finestre, aveva al piano terra un’unica grande stanza, con il focolare nell’angolo più lontano rispetto alla porta d’entrata. Era il luogo dove si cucinava e si mangiava, ma anche dove si lavorava il latte per ricavarne burro e formaggio. Una grande caldiera di rame era sempre sospesa a una catena sopra il larìn, dove il fuoco ardeva tutto il giorno. Sopra alcune mensole, fissate alle pareti, c’erano le ricotte da affumicare, gli arnesi da cucina e gli attrezzi per lavorare il latte.

Una porta, che si apriva a metà della parete posta di fronte al larìn, dava su una cantina alla quale si accedeva scendendo alcuni gradini: era il luogo dove si conservava il formaggio per la stagionatura. In una botte, disposta in senso verticale e aperta superiormente, c’erano sempre delle forme di formaggio immerse nella salamoia.

Al piano superiore, cui si accedeva mediante una scala esterna di legno senza ringhiere ed esposta ai quattro venti, c’erano due pagliericci sistemati su un pavimento di legno: vi dormivano, spesso senza spogliarsi, i maschi presenti in malga con esclusione del servitore e dell’uomo addetto alla stalla.

Non esistevano i servizi: per lavarsi e, per cucinare, si raccoglieva in una cisterna l’acqua piovana che scendeva dal tetto della grande stalla (qualche volta, aprendo il rubinetto, uscivano anche dei vermetti rossi), mentre per i bisogni corporali ciascuno sceglieva all’aperto un posto a suo piacimento (il problema era se ci si doveva alzare di notte e discendere la scala esterna al buio).

La grande stalla
Distava per ovvi motivi (mosche e puzzo) una cinquantina di metri dalla casera ed era in grado di ospitare oltre cento mucche, ognuna delle quali veniva legata sempre al solito posto. All’interno, sopra alcune grosse travi che sostenevano il tetto, a metà del fabbricato, erano state collocate alcune larghe assi e su queste un pagliericcio: vi dormivano il servitore dei malgari e l’uomo addetto alla pulizia della stalla; non era comunque facile per loro prendere sonno dato il concerto notturno dei campanacci legati al collo dei ruminanti, i quali muovevano di continuo la testa infastiditi dai tafani e da altri insetti. Se poi capitava un temporale notturno, venivano fatti entrare nella stalla anche i vitelli, che di solito passavano la notte legati alle catene agganciate agli anelli fissati al muro esterno; in questo caso i due malcapitati raramente riuscivano a chiudere occhio per il trambusto provocato dai giovani bovini e lo si capiva benissimo al mattino dalla quantità e qualità delle bestemmie pronunciate dai due.

Il pollaio e il porcile
Quasi di fronte alla porta d’ingresso della casera, da cui distava una decina di metri, c’erano il pollaio (con alcune galline) e un piccolo porcile, entrambi in muratura. Ai maialini, acquistati appositamente per iniziarne l’allevamento durante l’alpeggio, davano il siero rimasto dalla lavorazione del latte.

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