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L’alpeggio in Faverghera un tempo

nei ricordi di un ragazzo di Sedico (terza parte)

L’alpeggio in Faverghera un tempo

nei ricordi di un ragazzo di Sedico (terza parte)

Verso le cinque del pomeriggio tutte le mucche rientravano per la mungitura. Gli animali erano legati metà per parte e poggiavano le zampe su un rustico pavimento alquanto rialzato rispetto al boràl, la canaletta che attraversava longitudinalmente tutto lo stallone raccogliendo gli escrementi e i liquami dei bovini. Gli addetti alla mungitura stavano seduti su uno s’canc, sedile di legno avente un’unica gamba centrale che li costringeva a stare in equilibrio. Durante tale operazione, qualche mucca urtava di scatto il malcapitato facendolo cadere nel boràl, magari a faccia in giù: quando si rialzava ne aveva dappertutto. Era compito di Giannino il venàr, consistente nel massaggiare le mammelle, tirandole delicatamente finché non spuntava la prima goccia di latte: a questo punto la mucca era pronta per la mungitura. Ogni mattina, mandato al pascolo il bestiame, l’addetto alla stalla doveva provvedere alla sua pulizia. Con uno slittone, provvisto di pianale e sponde, portava all’esterno tutti gli escrementi mollicci dei bovini: un lavoraccio specialmente quando faceva freddo o pioveva.

I temporali
In Faverghèra il maltempo arrivava all’improvviso; in un attimo il cielo diventava nero, calava la nebbia e si sentiva una certa elettricità nell’aria. Le mucche cominciavano allora a scappare da tutte le parti, mentre i vitelli sembravano quasi piangere per la paura e Riccardo, con un santino di Sant’Antonio in mano, ne cercava qualcuna dispersa. Era un momento delicato e tutti, compresi Giannino e Gigetto, con un bastone in mano cercavano di spingere i bovini verso il loro abituale ricovero prima che grandinasse: e non sempre facevano in tempo. Poi il ragazzo e il bambino si riparavano nella casera; vicino al focolare c’era una panca; Gigetto, che aveva una paura folle del temporale, vi si sdraiava e Giannino gli metteva sopra una coperta tirata fin sulla testa. La grandine picchiava con violenza sulle lamiere del tetto facendo un baccano infernale, mentre, col rombo dei tuoni di una potenza inaudita e la luce accecante delle folgori, ai due sembrava di essere in guerra.
La vendita del burro
In malga si produceva parecchio burro che era molto richiesto dai commercianti per la sua ottima qualità. Nel tardo pomeriggio di ogni sabato, caricati su una grande slitta i grossi pani di burro prodotti nella settimana, il malgaro Riccardo (assieme a qualche aiutante) scendeva fin sul piazzale del Nevegàl dove un commerciante lo attendeva col suo furgone. Un sabato si unì a loro anche Giannino che scese montato a pelo sulla groppa del mulo (“congedato” dall’artiglieria da montagna) addetto al traino della slitta. E proprio quella sera, alla notizia che il prezzo del burro era aumentato, il malgaro decise di offrire da bere a tutti. L’oste portò un fiasco di vino bianco e anche Giannino non si tirò indietro, ma dopo il secondo bicchiere ebbe la strana sensazione che le teste dei tre che sedevano al suo stesso tavolino si allontanassero, mentre il paesaggio (non era ancora buio) si faceva sempre più nebuloso. Al ritorno, verso l’imbrunire, Giannino, malfermo sulle gambe, fu caricato sullo slittone. Vista la situazione, Riccardo decise di fermarsi a metà della salita nella casera di un suo cugino. Qui scaricò il ragazzo, che si addormentò subito sopra un mucchio di paglia in un piccolo locale senza finestre. Egli si svegliò solo il mattino dopo, quando il sole era già alto. Nella casera non c’era anima viva e la fame si faceva sentire. Abituato a girovagare il più delle volte da solo, aveva un grande senso dell’orientamento per cui si incamminò, con le gambe molli e la testa confusa, per quel sentiero che, secondo i suoi calcoli, doveva riportarlo alla sua casera. Vi arrivò all’una del pomeriggio (era una bella giornata) e trovò ad attenderlo solo Gigetto: tutti gli altri erano usciti al pascolo. Giannino, che era digiuno da 24 ore, entrò nella casera, prese il catino usato per lavarsi la faccia, lo riempì fino all’orlo di minestra di fagioli, salì sulla sommità del colle dietro la casera e se la mangiò tutta, usando un grande cucchiaio di legno,

Il ritorno a casa
Giannino tornò a casa a fine agosto; era talmente sporco e puzzolente che sua madre lo mise nel mastello, pieno d’acqua tiepida, ancora vestito, assieme allo zaino, e lo lavò subito perché puzzava di letame. La mattina dopo lo condusse da un anziano, che faceva il barbiere in casa, perché riacquistare sembianze “umane”. Dei famosi scarpett non era rimasto quasi niente, mentre sul tavolo della cucina un bel mazzo di stelle alpine ricordava quella inconsueta “villeggiatura”.

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