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La vita tra le note

Francesca Segat e la potenza della musica

La vita tra le note

Francesca Segat e la potenza della musica

Quello che trovate qui di seguito è il ritratto di una giovane donna dallo sguardo aperto verso il mondo. Come disegnare la sua risata? Un ruscello cristallino di montagna, una risata piena, rotonda e gesti accoglienti e gentili. Questa è Francesca, anni 25, di Limana. Studia Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Padova, ma da sempre coltiva altri interessi come la musica, la montagna e i viaggi.

Quale ruolo riveste la musica nella tua vita?
«La musica mi ha accompagnata sin da piccola: facevo parte del mitico Coro Arcobaleno, alla scuola secondaria ho scelto il progetto musicale e in seguito ho frequentato la scuola di musica Miari. Mi rendo conto che la musica mi fa stare bene. Quando sono sul palco provo una sensazione potente, mi diverto e mi sento forte, sexy. Sono in connessione con il pubblico, dialogo con esso attraverso questo linguaggio universale.»

Per quale strumento hai optato?
«Inizialmente ho scelto la chitarra immaginando già di trovarmi in spiaggia attorno ad un falò corteggiata dagli amici, poi l’insegnante Giorgia della scuola secondaria mi ha proposto il flauto traverso. Nonostante il mio problema di asma, l’apparecchio ai denti e la convinzione che il flauto fosse uno strumento “sfigato” ho deciso di lasciare la chitarra: ciò mi ha permesso di conoscere persone meravigliose e di stringere amicizie importanti.»
Avevi già le idee chiare su cosa avresti voluto fare da grande?
«Il mio sogno era quello di diventare una concertista, girare il mondo e suonare nei più importanti teatri. Avevo 12 anni, ma ero già molto caparbia. Volevo iscrivermi alla scuola Miari, piuttosto costosa, così sono andata dalla mamma e le ho detto: “Ne va del mio futuro. Ci devo andare!” Se lo ricorda ancora al giorno d’oggi! Con i soldi ricevuti alla Prima Comunione ho acquistato il flauto, bellissimo, che tuttora uso.»

Conservi qualche ricordo dei tuoi primi passi nella musica?
«È un ricordo tuttora vivido: un concerto per flauto solo e piano eseguito a palazzo Miari. In mattinata avevo svolto la prima prova della maturità e il giorno dopo avrei dovuto affrontare la seconda. Ero stanchissima, ma molto concentrata, l’andante in do maggiore di Mozart mi calzava a pennello e sentivo che stava accadendo qualcosa di magico, la mia musica arrivava a chi l’ascoltava trasmettendo forti emozioni. Alla fine del brano il pubblico applaudendo si è alzato in piedi e io non sono riuscita a trattenere le lacrime.»

Quali esperienze musicali hai intrapreso?
«A 15 anni ho cominciato a suonare nella banda di Lentiai dove ho conosciuto delle persone speciali, tra le più care che ho al mondo. In seguito ho fatto parte dei Brass Folkers, una street band tutta bellunese dove, da autodidatta, suonavo il sax baritono, lo strumento che più mi rappresenta. Ora faccio parte dei Nebrasska, un gruppo ska punk bellunese, che trasmette a me e al pubblico una scarica di energia pazzesca.»

La tua scelta universitaria, però, non ha molto a che vedere con la musica.
«Infatti, non è stata una scelta semplice. È stata piuttosto una decisione razionale, meditata e cucita su misura della mia personalità e delle mie inclinazioni. Sono felice della strada intrapresa, nonostante richieda un grande impegno e molta tenacia. In questo periodo sono ad Anversa con l’Erasmus.»

Che cosa ti ha spinto ad andare all’estero?
«Padova cominciava ad andarmi stretta, così ho fatto richiesta di andare all’estero. Sento l’esigenza di sperimentare nuovi metodi di studio e di conoscere nuovi compagni di avventura. Consiglio a chiunque l’esperienza dell’Erasmus: è un forte stimolo all’adattamento, a fare affidamento solo su se stessi.»

Che cosa vedi nel tuo futuro?
«L’idea è quella di seguire la specialistica all’estero, molto probabilmente oltreoceano. Ho voglia di andare fuori per conoscere meglio me stessa, imparare e formarmi in modo da portare questo sapere nel nostro territorio. Inoltre, c’è l’idea, condivisa dal mio compagno Emanuele, di realizzare qualcosa di ancora più grande: il sogno è quello di costruire un ospedale in zone lacerate dalla guerra e dalla povertà. La mia è una storia di tenacia e di resilienza. Accetto le sfide che la vita mi pone, sicura che le difficoltà e le cadute mi rendono più forte e mi stimolano a non mollare mai. Chi si sa rialzare dopo una caduta è inaffondabile.»

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