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La violenza non è un destino

rieducarsi per riprendere il ruolo di adulti

La violenza non è un destino

rieducarsi per riprendere il ruolo di adulti

Abbiamo creduto, illudendoci, che la sofferenza generale vissuta per il femminicidio di Giulia Cecchettin potesse incamminarci tutti verso un nuovo futuro. Nel periodo del delitto, si è intensificato un intenso dibattito pubblico che ha interessato e intrecciato questioni di pedagogia, sociologia, psicologia, filosofia, politica e in tutti i casi si è fatto riferimento alla cultura patriarcale che considera la donna inferiore per identità, intelligenza e capacità, e a quanto il tema della violenza sulle donne richiami la dimensione sociale e quella dell’inconscio collettivo. Questa cultura appartiene alla storia del mondo.
In tanti Paesi la cultura patriarcale è ancora dominante mentre nell’occidente, anche grazie ai movimenti femministi, soprattutto verso la fine degli anni Sessanta, stiamo vivendo un’altra realtà: la condizione della donna è profondamente cambiata e la cultura maschilista, figlia del patriarcato, non è più assolutamente dominante.

La domanda ora è: cosa induce il femminicidio? La volontà di dominio, di possesso? Disagi relazionali? Disagi personali? L’incapacità di sostenere la diversità o il rifiuto? Sicuramente la violenza maschile nasce dal bisogno di dominio verso il partner che viene ridotto a proprietà non potendo sopportare il dolore dell’abbandono. In altre parole: “Ti uccido perché così tu non puoi abbandonarmi”.

La violenza nasce, cresce e si deposita in questa affermazione, dentro le credenze culturali e gli stereotipi che evocano esperienze buie nelle vicende intergenerazionali. È una trama invisibile che agisce nello spazio relazionale abitato dalla coppia, dalle famiglie di origine e dai figli, a cui però ci si può avvicinare se la visione non è lineare e integra i diversi sguardi che compongono il campo psichico e relazionale in cui si genera. Ogni sistema famigliare è infatti attraversato da memorie inconsapevoli e segrete; da matasse relazionali nelle quali si annodano frequenze emotive che si attraggono e si distruggono.

Il 2024 è iniziato pesantemente e il numero degli eventi delittuosi nei confronti di donne e dei loro figli è più alto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Dopo la storia di Giulia, giovane laureanda, sono intervenute le politiche sociali nazionali con progetti scolastici di educazione all’affettività; queste sembrano essere azioni lontane dal malessere che sta dilagando tra tutti noi adulti che sempre più fatichiamo a confrontarci con i temi della vita di ogni giorno: la solitudine delle relazioni affettive e sociali, il declino dei ruoli famigliari, il pensiero violento e distruttivo, il culto sbagliato del corpo, lo strapotere dei social, la precarietà del lavoro e, per ultimo, il trauma della pandemia.

Esperienze, vissuti e fatiche che coinvolgono psichicamente i nostri bambini e i nostri giovani, inevitabilmente attraversati da queste vischiosità, dal senso di vuoto, dalla mancanza di amore, con i quali spesso interpretiamo e affrontiamo queste questioni. Ma possiamo riflettere e guardare oltre, riprendere il nostro compito, la nostra funzione, se ci riprendiamo l’opportunità di confrontarci, di dialogare e di uscire dal questo isolamento emotivo.

Possiamo offrire loro esperienze e relazioni diverse, riappropriaci dei rischi della vita, chiarendo dentro di noi le categorie ideali, come il bene e il male, il prima e il dopo, il possibile e il limite.

Possiamo riconsiderare la possibilità che migliorarsi non vuol dire essere performanti, che chi vive accanto a noi è un’opportunità e non un nemico, mostrando che si possono sostituire la gratificazione e l’appagamento immediato con gli ideali e la passione, il rispetto, il senso del noi, riempiendo le relazioni e dando senso all’esistenza. Dobbiamo rieducarci, noi adulti, alla possibilità di amare.

Così sarà possibile che i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze crescano in case, scuole e comunità dove l’affettività non fa paura, dove la cura e l’attenzione verso l’altro sono esercizi quotidiani, dove il rispetto verso il femminile si realizza nei fatti e non a parole, dove non c’è il ricorso alla violenza o all’insulto. Solo così ci saranno sempre meno uomini che odiano le donne e donne che non rinunciano alla propria libertà.

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