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La torbiera di Chiesurazza tra torba e memoria

Dalla torba delle fornaci al lavoro femminile, la storia di Chiesurazza

La torbiera di Chiesurazza tra torba e memoria

Dalla torba delle fornaci al lavoro femminile, la storia di Chiesurazza

La torbiera è un’area che ha la caratteristica di essere molto umida e di abbondare di acqua in forma di palude: quella di Chiesurazza o Sois era di ben 5.000 metri quadrati. «Varie torbiere esistono in Provincia e il discreto combustibile che se ne estrae viene adoperato in qualche industria. Presso Belluno ve ne sono tre cave, una delle quali in attività dal 1867 e le altre due iniziate in quest’anno», così Riccardo Volpe scriveva nel suo libro “La provincia di Belluno”, pubblicato nel 1871.

Nel 1893 Giuseppe Zanella acquistò da Giuseppe De Lago, quale procuratore della madre Giuseppina Colle De Lago, il diritto di escavo di torba nella zona tra Chiesurazza e Sois e firmò un contratto di quattro anni con Livia Barcelloni Corte e suo marito, dott. Francesco Navasa, per la fornitura della torba necessaria per alimentare le loro fornaci, conosciute come quelle di Mares.

Estrazione della torba e manodopera femminile

Un metro cubo di torba pesa circa 100 kg e la quantità scavata nello stesso anno era di 1.100 metri cubi, saliti a 1.300 nel 1896 e 1.322 nel 1897. Venne fatta costruire anche una tettoia nel 1898 per tenerla al riparo in attesa di consegna ai titolari della fornace. La maggior parte della manodopera era costituita da donne. Nel 1896 si contavano 26 operai con a capo la signora Giovanna De Biasi detta manùza, contadina di Sois.

La fine dell’attività e il ritorno in tempo di guerra

Dopo la morte di Giuseppe Zanella l’attività di escavazione cessò. Il nipote Carlo seguì la vendita delle giacenze e Giacomo Fossen, procuratore degli eredi Zanella, provvide a liquidare i conti con la Manùza e con i proprietari delle fornaci.

Decenni dopo, durante la Seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1945, a causa dell’autarchia, la torba era nuovamente richiesta. La scavavano i contadini nei loro terreni per usarla come combustibile, nonché i 104 operai di Rodolfo Chierzi di Sois, che la estraevano con appositi badili. Al badile veniva saldato un pezzo tagliente di ferro, alto come lo spessore della torba da tagliare (5-6 centimetri) con i quali si ricavavano mattonelle dal caratteristico colore marrone scuro alte circa 30 cm, larghe 20 e dello spessore di 5-6 cm. Bisognava essere molto abili nel maneggiare il badile: con esso bisognava raccogliere subito la mattonella e depositarla su appositi graticci affinché si seccasse al sole; il lavoro lo facevano le donne. I graticci erano simili a scaffali di legno, lunghi anche 15 metri, larghi 40 cm con 5 piani di altezza: li fabbricava Emilio Chierzi che aveva la falegnameria a Sois. Le mattonelle, bruciando, emettevano un odore caratteristico. Durante la guerra, nel territorio si verificarono anche episodi legati alla presenza di materiali bellici: negli anni successivi dall’acqua si tirava fuori la gelatina, mentre nel secondo conflitto mondiale vennero gettati materiali bellici dalle truppe tedesche. Per approfondire la storia locale, puoi leggere A Limana la mostra fotografica “Equilibri e Montagne” e Il filò nella stalla: memoria e calore di comunità. Inoltre, per un confronto con altre tradizioni, vedi La slitta, tra tradizione, gioco e competizione.

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