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La storia del Kodinzon

Arrivato fin sulla cima dell’Himalaya

La storia del Kodinzon

Arrivato fin sulla cima dell’Himalaya

Incontrare Dino De Cian non è difficile. Basta rivolgersi a un abitante di San Zenon che subito ti viene indicata l’abitazione. Inconfondibile per gli occhi rotondi e vivaci e la sonora risata con cui ama concludere ogni discorso, quando gli chiedo di parlarmi del Kodinzon, mi risponde che i ricordi si perdono nel passato. «Da piccolo vedevo mia madre cuocere le mele in cucina, utilizzando il forno della stufa a legna. Ne ricavava una pasta scura che stendeva in uno strato sottile e lasciava raffreddare. Era solita confezionarla e regalarla alle amiche, quando si incontravano alla festa. Il problema era quando qualcosa andava storto e le mele bruciavano! Allora erano guai per tutti» sorride Dino. «Noi di casa conoscevamo l’estratto. Qualche volta portavo il Kondinzon a scuola per merenda. Erano anni duri e non si buttava niente. Le mele erano abbondanti e gustose in zona». Poi la narrazione prosegue. «Sul finire degli anni 60, neo diplomato all’Itis di Belluno, venni assunto come elettricista dalla Cartiera di Santa Giustina. Nel tempo libero dai turni, come molti miei coetanei, aiutavo in casa seguitando le tradizioni di famiglia.

La svolta avvenne all’arrivo del figlio. «Il giorno della sua nascita, eravamo a novembre, il maestro della locale scuola elementare mi chiese di procurargli un Kodinzon, di quelli che avevamo in famiglia. Quando glielo portai mi ricompensò. Avevo effettuato la prima vendita! Pian piano maturai l’idea che quel particolare prodotto, oltre che consumato in casa, poteva essere commercializzato. La facilità di trovare la materia prima, la capacità di realizzare delle attrezzature rudimentali, la collaborazione dei familiari favorirono la nascita di un piccolo laboratorio. Era lì che la purea di mele essiccata e ridotta ad un sottile strato veniva tagliata e arrotolata. Le prime confezioni (raggiungevano il mezzo chilo) venivano raccolte in un bianco sacchetto di tela di forma cilindrica. Alla lavorazione iniziale apportammo alcune modifiche giungendo alla realizzazione di strisce da ridurre in barrette e confezionare in dosaggi minori. Non fu un passaggio repentino. Per produrre un chilo di estratto è necessario partire da dieci chili di mele locali e per giungere al prodotto finito occorrono circa 60 ore di essiccatoio con forno a 40°. L’acquisto di due forni e la realizzazione di un essiccatoio solare portò a un aumento di produzione».

Serviva ora trovare un mercato. «Mi proposi in alcuni negozi di alimentari della provincia e venni accolto per la bontà del prodotto. Per restare sul banco servivano però un marchio e nuove forme di marketing. Generi che non rientravano nelle mie competenze. Stavolta fui aiutato dalla fortuna. Fu un prete a darmi le referenze di una signora che sarebbe stata in grado di inventare il marchio. Nacque così, sotto il faccione di un sorridente sole estivo, la scritta “Kodinzon Agnese – tradizionale prodotto bellunese – ottenuto dalla essicazione della polpa di mele” con l’indicazione d’origine. Una stagione dopo si cambiò passo. «Ottenni un riconoscimento insperato. Un alpinista bellunese, che partecipava ad una spedizione sull’Himalaya, fu ripreso mentre si cibava con delle barrette del Kodinzon prodotto a Sospirolo. La notizia fece il giro del mondo. Ci capitò qualche tempo dopo di ricevere fotografie di amici bellunesi in viaggio. Le immagini erano piuttosto curiose. A guardare bene qua e là, tra le mani dei protagonisti o a penzoloni dalle loro tasche, spuntava il marchio del Kodinzon. Usammo quelle istantanee come strumenti di pubblicità e le vendite aumentarono. Ancora oggi nei negozi di Belluno è possibile trovare il brand del Kodinzon di San Zenon di Sospirolo tra quelli di altre marche».

«Ogni tanto mi ritrovo a pensare a quel filmato dall’ Himalaya – conclude Dino De Cian – e a quelle fatte da turisti bellunesi in giro per il mondo e mi chiedo: ”Non sarebbe stato meglio se a viaggiare non fosse stato il Kodinzon ma il suo produttore?». Una sonora risata chiude la frase. Sembra un commento perfetto per questa singolare storia che lo ha visto come protagonista.

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