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La sagra par i boce e par i grandi

La sagra par i boce e par i grandi

Da diversi giorni c’è nell’aria del paese un qualcosa di strano. Le campane suonano diverse volte nell’arco della giornata, verso sera si sente il “campanò” che trasmette alle persone un’aria di festa, la gente per la strada si saluta con una cordialità insolita, le donne si fermano a chiaccherare più del solito. Insomma, qualcosa colpisce tutti, quest’atmosfera quasi magica coinvolge grandi e piccini, giovani e meno giovani… cosa sta accadendo? Sì, mancano pochi giorni alla sagra paesana! Ci si prepara a questo evento particolare che vedrà in tutti la felicità di una giornata insieme, un momento di allegria, di festa, con canti in compagnia e anche qualche bevuta “fuori ordinanza”.

Qualcuno ha detto che ci sarà anche la giostra, quella a catene, che sicuramente farà la felicità dei ragazzi e anche di qualche adulto. Arriva la domenica, giorno della sagra, di mattino presto, prima del suono delle campane per la prima santa Messa. Sono già arrivate le bancarelle, immancabili come sempre per queste occasioni; il primo ad arrivare con il suo banchetto è “Mondo”, che, insieme alla sua sposa, prepara il banco con dolciumi di ogni tipo, caramelle e dolcetti, con le “zhirele” e i sughetti, i rotolini di liquirizia con il confettino al centro oppure le stecche di liquirizia, le immancabili “carobole”, e poi lo zucchero filato, che era di più quello che finiva a impiastricciare il viso che quello che si mangiava.

Ma quello che noi ragazzi aspettavamo con più ansia erano loro, sì, proprio loro: le “bombette”. Era una gara ad accaparrarsi un buon numero di questi micidiali e rumorosi mini ordigni che utilizzavamo per spaventare la gente, e in particolare, le ragazze per attirare la nostra attenzione. Quante calze di naylon hanno bruciato queste “bombette”! Poi la ragazza di turno a cui erano state bruciate le calze, arrabbiatissima verso chi aveva tirato la bombetta, piangendo lo minacciava con il solito: «Adess te farà i conti con me mare!»”.

Subito dopo “Mondo”, arrivava con il suo banchetto Bardin, che noi chiamavamo “giocattolo” perché la sua specialità erano proprio i giocattoli, di tutti i tipi, dal famoso “meccano” alle automobiline con carica a molla, dalle bambole che piangevano agli animaletti di stoffa (ancora non esistevano i peluche), oppure i palloncini di gomma gonfiati al momento con la bombola, che tutti i bambini volevano, anche se dopo pochi minuti, se non era scoppiato, lo si vedeva volare alto nel cielo.

In genere questa sagra avveniva in occasione di un Santo protettore: a San Gregorio le occasioni erano quelle di San Valentino, San Sebastiano, San Gregorio e Santa Barbara oltre alla festività di Ferragosto o in occasione del Carnevale.

Per noi ragazzi la sagra era veramente l’occasione di grande divertimento, anche se nella mattinata il primo dovere era quello di andare alla Messa, ma poi per tutto il giorno era una festa continua. A volte venivano organizzati, nel pomeriggio, dei giochi vari come la “corsa nei sacchi”, la “rottura delle pignatte”, la “corsa con i zherchi” e l’immancabile “palo della cuccagna”. Il divertimento era assicurato per tutti: i ragazzi e i giovani partecipavano a questi giochi, mentre gli adulti passavano il pomeriggio e la sera (a volte anche la notte) nei bar a giocare alla “mora” o a carte. Nelle occasioni in cui c’era la giostra, anche noi ragazzi facevamo un po’ tardi nel rientro a casa, magari stando solo a guardare quelli che avevano più possibilità nel fare qualche giro in più, ma anche quello era divertimento!

Queste sagre erano anche l’occasione per alcuni “clochard” dei paesi limitrofi di mettere qualcosa di più sostanzioso del solito sotto i denti e di bere qualche buon bicchiere di vino che veniva loro offerto dai paesani, magari a volte in cambio di qualche prestazione canora in compagnia.

Ricordo che, dai vari paesi vicini, arrivavano quasi sempre puntuali alcuni di questi, come “ Giulio Baretola”, “Bepon dei forti”, “ Baldoria” ed altri. Generalmente, il giorno successivo, quando mio padre andava nella stalla per “guarnar”, poco dopo ritornava in casa e diceva a mia madre: «Varda che, do’ te’l staol, ghe ne quatro che dorme là te le foje, porteghe an poc de pan e lat che i magne qualcossa!». Anche per loro la sagra aveva portato un po’di felicità!

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