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Angelo Argenta, la poetica dei fiori

Il percorso di un pittore discreto, tra fiori, memoria e comunità

Angelo Argenta, la poetica dei fiori

Il percorso di un pittore discreto, tra fiori, memoria e comunità

Cosa rende unico un artista? La capacità interpretativa? La tecnica o l’innovazione? Ancora, la capacità di leggere i tempi? Chissà se, tra queste qualità, entra anche la modestia. È indubbio che quest’ultima sia una delle doti di Angelo Argenta, pittore di Santa Giustina, originario di Roncoi di San Gregorio nelle Alpi, che l’arte del dipingere l’ha sempre sperimentata prima di tutto per sé, per stare bene.

Il profilo

Angelo, classe 1947, nella vita è stato cameriere e, con umiltà, racconta di avere servito grandi artisti in tutti i campi, dalla moda alla musica alla pittura (De Chirico e Guttuso, tanto per citare due nomi “qualsiasi”). È all’Hotel Olivier in Nevegal che, grazie alla sua professione, negli anni ’60, conosce artisti quali Pomi, Galuppo, Gaio, Semenzato. Sarà poi, sempre come cameriere, in Inghilterra e all’Hotel Excelsior di Venezia, dove avrà modo di conoscere altri maestri d’arte.

«Ero giovane e molto timido, non mi sono mai permesso di chiedere loro un quadro, né di mostrargli dei mie lavori», confessa Argenta che, in ambito locale, si sente vicino alle poetiche di Piccolotto e Mastellotto.

L’amore per la pittura prosegue anche negli anni ’80 quando Angelo, per motivi famigliari, lascerà il lavoro di cameriere per entrare in cartiera nel suo paese. Nel suo curriculum di pittore, diverse collettive – col Circolo Morales, alla festa limanese di San Valentino, alla Crepadona di Belluno – e un’unica personale, nel 2002 a San Gregorio. Si diletta, inoltre, nella realizzazione di manufatti, quali scatoline da tabacco o bottiglie decorate, che non manca, insieme ai suoi quadri, di regalare agli amici. Dietro le quinte, si prodiga per la comunità: per anni ha seguito laboratori d’arte per i piccoli nell’oratorio di Santa Giustina, e restaurato, con pregevoli risultati, statue per chiese e presepi.

L’opera

Per entrare nello specifico della sua attività pittorica, è fondamentale ricordare come non si debba confondere la semplicità con la banalità; aperto a sperimentazioni di materiali e tecniche che lo portano ad interessarsi di soggetti quanto mai eterogenei, è comunque dalla natura che egli riceve la più intensa ispirazione. E, in particolare, dal mondo floreale.

I suoi fiori sono inconfondibili, esprimono allo stesso tempo eleganza ed umiltà, realismo e fantasia, sogno e realtà. Recita un antico adagio orientale: «Se hai un soldo comprati un libro; se hai due soldi comprati un libro ed un fiore». Sembra proprio che Angelo abbia saputo raccogliere questa esortazione tanto semplice quanto profonda: nulla è più armonico di un fiore, e nella sua elaborazione pittorica di foglie, petali, corolle dalle loro immense sfumature cromatiche, riesce, alla fine, nella magia di creare sulla tela un soggetto nuovo, originale, vivo di vita propria.

L’umilissimo cartoncino, reso prezioso dai suoi fiori, offre allo spettatore una composizione immersa in dimensioni di silenziosa attesa, di intimità, a volte di sofferta solitudine, una comunicazione percepita tanto con gli occhi quanto dall’anima. È così che il suo fare artistico si evolve in visione, in raccoglimento, forse in preghiera. Sembra che in questo fare Angelo assuma il paziente atteggiamento del monaco miniaturista, ponendosi non in un rapporto di rapina, di possesso nei confronti del soggetto da ritrarre, ma di pacata contemplazione, di rispettoso ascolto verso di esso.

Indefinita, al di là di categorie o definizioni critiche (sempre pericolose) la sua volontà espressiva; di certo, nel silenzio e nella sospensione che avvolgono le sue creazioni si può comprendere come egli abbia occhi che vedono cose che non sempre vedono anche gli altri. E a tutto ciò pare sottesa una costante ricerca spirituale, il bisogno di una dimensione anche esistenziale al di là del contingente, quale antidoto alla sottile, malinconica sofferenza dell’esistere terreno.

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