Jacopo Dal Ponte, più noto come Jacopo Bassano per via della sua città d’origine, è oggi universalmente riconosciuto tra i grandi pittori veneti del ‘500. In passato fu spesso snobbato dagli studiosi che lo consideravano un pittore ai margini, di periferia, che dipingeva per i cittadini di provincia e per i preti di campagna. Il suo riscatto è avvenuto in tempi abbastanza recenti, quando, nel 1992, venne dato alle stampe “Il Libro Secondo della bottega dei Dal Ponte”: un registro di contabilità, fortuitamente scoperto in una bancarella, che riporta le entrate e le spese della bottega di Jacopo tra il 1530 e il 1550. Si sono potute così datare e attribuirgli con certezza numerose opere, oltre che dimostrarci come la sua pittura fosse all’epoca estremamente all’avanguardia.
Scorrendo le pagine, riportate con il metodo della “partita doppia”, veniamo a conoscenza di come il pittore avesse ricevuto svariate committenze dal territorio feltrino: pale d’altare e gonfaloni, molti dei quali a noi ignoti. Tra tutte le opere elencate emerge per il valore di ben 32 ducati (approssimativamente circa 15 mila euro di oggi), il più alto di tutto il libro di spese,” la pala per l’altaro grande de la gesia de la vila de Tom del territorio de Feltre… in ditta pala gli va le infrascritte figure: la Madonna cum il Putin, alla destra s.Iacomo, alla sinistra san Zuanbatista. Adì 22 settembre 1548”: è la pala d’altare della chiesa di San Giacomo a Tomo realizzata nel 1549.
Entrati in chiesa, in effetti, giù in fondo al presbiterio, un po’ oscurato dal grande altare marmoreo, sta un dipinto di fattura antica, con le immagini della Madonna, San Giacomo e San GiovanniBattista, ma nessuna guida, nessuna indicazione fa riferimento a Jacopo Bassano. E del Bassano, a ben guardare, il quadro non è. Come mai? Cosa sarà successo?
Questa volta non c’entrano né Napoleone né le leggi eversive del Regno d’Italia, ma una faccenda ben più antica e intrigante accaduta 350 anni fa: una frode che portò a un processo. La comunità di Tomo era infatti venuta a scoprire come, assieme a quella di Rasai, era stata frodata dal cancelliere del vescovo di Feltre. Quest’ultimo, all’incirca nel 1672, aveva infatti proposto ai parrocchiani di Tomo la rimozione del quadro del Bassano per sostituirlo con uno più ricco di santi. I tomitani si opposero, allora il cancelliere insistette che la pala d’altare era da restaurare e quindi andava tirata giù. A quel punto un giovane diciottenne, Francesco del Degan, si oppose con fermezza e il cancelliere del vescovo spazientito gli rispose: “…senti testa de Cazzo, che ti ha ancora la sgiozza al cul, ampò se volè, o non volè, io la voglio tor zo!” e se la portò via.
Qualche tempo dopo venne ricollocata sull’altare la presunta pala d’altare restaurata, ma i parrocchiani non erano del tutto convinti. Una decina di anni dopo ebbero la certezza di essere stati truffati: il dipinto che ora si trovava nella loro chiesa non era più quello originale di Bassano, ma una copia fatta dal pittore GiovanBattista Volpato nel 1674 che era stato compensato dal vescovo Bartolomeo Gera, in cambio di alcuni lavori eseguiti per la Cattedrale di Feltre, proprio con le pale di Tomo e Rasai. La comunità di Tomo fece aprire un processo. Il Volpato venne bandito da Feltre e Bassano per dieci anni e obbligato alla restituzione dei due quadri, ma nel frattempo, per problemi economici, li aveva impegnati al Banco dei Pegni di Bassano. SI cercò di recuperarli invano; finché, nel 1701, nottetempo i due quadri vennero misteriosamente rubati e non se ne seppe più nulla. Ricomparvero una ventina di anni più tardi a Düsseldorf e, dal 1809, alla Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, dove li possiamo ancora ammirare l’uno a fianco dell’altro.
Quella che a noi oggi resta nella chiesa di San Giacomo a Tomo è pertanto la copia eseguita dal Volpato. Copia sì, ma di pregevole fattura, perché il Volpato amava davvero la pittura del Bassano. Non era sua intenzione vendere i due quadri, quanto invece custodirli nel suo studio come ispirazione e modello per i suoi lavori. Cercò quindi di rendere il vento che scompiglia il velo di Maria e le nubi all’orizzonte, i corpi nobili ed allungati delle figure, come i loro atteggiamenti serpenteggianti, testimoni delle novità manieriste emiliane, e del Parmigianino in particolare, appena approdate in laguna.
Tentò di rendere il rassegnato dolore di Maria, riassunto in quegli occhi socchiusi e nel volto scostato per non vedere il gesto di GiovanniBattista che indica l’agnello e il tronco prematuramente spezzato, allusione al sacrificio del Figlio. Inseguì il triangolo di sguardi tra il Battista, il San Giacomo e il Bimbo nudo benedicente, in precario equilibrio sul trono della Vergine. Replicò il bordone e l’elaborato cappello da pellegrino del santo patrono, con le sue conchiglie, lo stemma papale e degli insoliti spilloni. Ma ciò che non gli riuscì fu il cogliere quel tocco intuitivo, quegli sprazzi di luce, quell’artificio che sa rendere alla pittura la vita e il suo tempo consumato, come la poesia di una rosa canina fiorita in un angolo del quadro. Magie che solo la mano dei geni della pittura ci sanno regalare.