Così don Lucio Argenta, pievano di Santa Giustina tra il 1686 ed il 1695, descrisse la pala d’altare di San Michele Arcangelo di Ignan: “… In detta villa una sol chiesa con un Altare, dedicato a S.Michele Arcangelo, nella cui pala vi sono l’immagini della B.ma Vergine, di San Michele, San Girolamo e San Bernardo abbellite con cornici di legno”. Un altare, dedicato a S.Michele Arcangelo, nella cui pala vi sono l’immagini della B.ma Vergine, di San Michele, San Girolamo e San Bernardo abbellite con cornici di legno”. Un dipinto di grande respiro, non di certo provinciale, dei primi anni del Seicento. Inizialmente attribuito al pennello del veneziano Palma il Giovane, più recentemente è stato dato a uno dei più valenti emuli di questi, Girolamo Pilotti (1570-1649), pittore che sapeva guardare anche agli insegnamenti del Tiziano e del Tintoretto. Un artista che, come vedremo, non sapeva solo ben dipingere, ma soprattutto manipolare con arte e sapienza le immagini.
Il fulcro della pala, ovviamente, è il santo titolare, l’Arcangelo Michele. Vestito con un’armatura, poiché capo delle schiere angeliche, Michele scacciò Lucifero: l’angelo ribelle, il più bell’angelo del paradiso, “portatore di luce”, come suggerirebbe la traduzione dal latino del suo nome. E di grande, accademica bellezza, quasi sensuale, è infatti la rappresentazione del corpo del demone stesso, tanto che, per evitare inopportune distrazioni, in passato veniva nascosto durante le funzioni da un telo, come testimoniano ancora i ganci sulle colonne dell’altare. In alto, sopra le dense nubi, siede Maria. In grembo tiene il suo Bimbo stante, cioè in piedi, che ci mostra tutta la sua nudità, perché nato Uomo.
Alla loro destra San Girolamo, in abiti cardinalizi, che sembra quasi invitare il Bimbo ad ascoltare il demone Lucifero implorante la Grazia, in una posa plastica sicuramente memore del San Lorenzo raffigurato dal Tiziano nella chiesa veneziana dei Gesuiti. Alla sinistra di Maria, un altro santo, inginocchiato, con le mani incrociate al petto e dagli occhi gonfi di lacrime, quasi a chieder loro perdono. Ma sarà davvero San Bernardo, come scrive il pievano Argenta? Non è forse più vicino alle caratteristiche, all’iconografia di San Francesco? Eppure, l’Argenta non poteva non aver letto quello che è emerso durante le fasi di restauro (a cura di C. Lamoureux, 2003) sul retro della tela: “D.O.M. (dei optiomo maximo) DEIPARAE MARIAE D.D. (DONUS DEDIT )MICHAELI ARCANGELO FRAN.CO HYERONIMO. DIRA LIBERATUS LUE. OB VOTI AD SANCTAM AEDEM COMMUTAT: FRANC.CUS VAROTTI” (Dato in dono a Dio Ottimo e Massimo, a Maria Madre di Dio, all’Arcangelo Michele, a Francesco e a Geronimo per essere stato liberato dalla terribile lue. Scambia a motivo di un voto fatto al santo edificio: Francesco Varotti). Si tratta quindi di uno splendido voto per la liberazione da un terribile male (la lue), e non v’è dubbio che il santo rappresentato sia quindi Francesco e non Bernardo, come appunto sottolinea il committente stesso del dipinto: Francesco Varotti.
Ma chi erano i Varotti? Furono la più importante famiglia di Ignan dalla seconda metà del ‘500, qui giunti da Venezia per investire in mulini e fucine. La famiglia continuava a tener la loro base a Venezia, dove avevano palazzo in Campo Santa Trinità, ma ben presto il capostipite Felice, con i suoi figli Andrea e Girolamo, misero su casa anche a Ignan. Una casa dominicale molto grande, dove vivevano in fraterna, con il particolare diritto di poter far scorrere una roggia nel loro cortile. Instaurarono legami matrimoniali sia con cittadini feltrini che con esponenti della nobiltà locale, come Chiaretta Varotti, figlia di Girolamo, che sposò nei primi anni del ‘600 il nobile bellunese Geronimo Navasa, dando origine al ramo dei nobili bellunesi Navasa Varotti che mantenne fino all’Ottocento la proprietà della loro casa dominicale di Ignan. Nel 1589 acquistano i due mulini di Salzan (ancora esistenti, uno nell’attuale via Lodi, l’altro in località Santa Libera, e che rimarranno di loro proprietà fino ai primi decenni dell’Ottocento) e negli anni a venire acquisirono terre e fucine a Ignan, Salzan, Formegan e Santa Margherita.
Francesco, il committente del quadro, era figlio di Girolamo. Ecco quindi che il dipinto assume il significato di un “ex voto” congiunto, dove il padre (personificato da San Girolamo) e il figlio (personificato da San Francesco) implorano quella Grazia, quella Salvezza per la quale il Bimbo, là in alto, si sacrificò per noi. Ed un brivido mi ha colto quando, guardando la bilancia dell’Arcangelo, quasi abbandonata, giù, in basso a destra, sulla forcella di un albero secco, ma dal quale un ramo sta ributtando nuovi germogli, mi accorgo che i fili del secondo piatto sono spezzati. La bilancia dell’Arcangelo è rotta, è inutile, non serve a niente. Solo una volta nella storia dell’arte mi sono imbattuto nel potente messaggio di una bilancia dell’Arcangelo Michele inutile, in quel caso perché senza piatti, a Venezia, nello splendido Giudizio Universale del Tintoretto presso la Madonna dell’Orto. A nulla servono le opere, le prebende, le donazioni interessate da porre sul piatto per salvare la nostra anima, a nulla serve il contrappeso della bilancia, qui fattosi stemma di famiglia. La Grazia, la Salvezza e la Risurrezione delle nostre anime sono già assicurate dal sangue versato per noi da Cristo sulla Croce e dalla sua immensa Misericordia.