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La pala della Pieve di Sedico

nella Chiesa di Santa Maria Annunciata

La pala della Pieve di Sedico

nella Chiesa di Santa Maria Annunciata

Entriamo nella chiesa di Santa Maria Annunziata a Sedico, avviciniamoci al primo altare sulla sinistra e incontreremo ciò che rimane, ovvero la sola parte centrale, di quel che un tempo era tra i più bei polittici cinquecenteschi della Valbelluna.

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La pala della Pieve di Sedico

Simile, ma di qualche decennio più antico rispetto a quello di Lentiai, il polittico ornava l’altare maggiore della vecchia parrocchiale di Sedico, fin quando, nel 1834, un fulmine lo rovinò a terra distruggendone la preziosa cornice dorata. Le sei tavole di cui era composto vennero così separate e poste in due cappelle laterali della chiesa. Si tentò invano di venderle alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ma, al termine della prima guerra mondiale, cinque delle sei tavole dipinte furono trafugate. La vecchia chiesa venne in seguito demolita, così, presso la nuova parrocchiale ricostruita nel 1939, si recuperò l’unica tavola superstite che ancora oggi possiamo ammirare: la bellissima Madonna in trono, detta anche “della salute”, forse perché i santi che un tempo la attorniavano erano santi “taumaturghi”, ovvero invocati per la guarigione da qualche forma di malattia (San Rocco, San Sebastiano, Sant’Antonio Abate oltre che San Nicola, patrono e protettore degli zattieri).

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La pala della Pieve di Sedico

Una Madonna dal volto così dolce e genuino, quasi di giovane popolana, che da sempre ha evocato il nome di Tiziano Vecellio, ma con alcune cadute di qualità nel resto della composizione da suggerire invece la mano di suo fratello Francesco. Anche se il recente restauro ha dimostrato come l’opera fosse stata in passato sottoposta a ridipinture e a pesanti interventi di pulitura, tanto da averne abraso gran parte delle velature di pittura originale, in occasione di un’importante mostra tenutasi nel 2023 presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, si è tuttavia ribadita l’attribuzione a Francesco.
Ma i dubbi rimangono. Rimangono perché l’opera viene datata attorno al 1510-1511, anni in cui i due fratelli lavoravano assieme nella Sala del Capitolo della Scuola del Santo a Padova e la presenza (e la potenza) dell’allora giovanissimo maestro, nella nostra Madonna risulta innegabile.

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La pala della Pieve di Sedico

Maria, mestamente, legge la triste sorte di suo figlio nelle Sacre Scritture. Con fierezza posa il piede nudo su una pietra, simbolo di fortezza e di una nuova riedificazione spirituale: Lei colonna portante, Cristo pietra angolare della Chiesa (versetto Atti 4:11-12 della Bibbia). Sparsi qua e là ciuffetti di foglie di alloro, pianta sempre verde e che non dà frutto, simbolo di eterna castità.

Due putti svolazzanti la incoronano Regina, mentre altri due, alla base della scala, sono impegnati in un concertino armonico di liuto e strumento ad ancia (forse una bombarda). Tra di loro, appoggiato al primo gradino, un tamburello con sonagli decorato sulla membrana centrale. Il putto al liuto, l’unico non nudo, ma avvolto da un velo semitrasparente, probabilmente un velo “mortuario”, getta uno sguardo curioso e sornione alla sua destra in alto, fuori dal quadro dove un tempo si trovava la figura di San Sebastiano (o quella di San Rocco).

Cristo invece, ritto in un equilibrio instabile sul grembo di Maria, fiero della sua nudità ed “umanità”, ci guarda e sembra quasi indirizzare il nostro di sguardo verso la Sua e la nostra Madre: anche lei è Pietra Angolare della Chiesa, è Trono di Sapienza, è Regina, è Immacolata, ma è anche, e soprattutto, mamma.

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