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La mitica Pàtera di Castelvint

al nuovo museo archeologico di Belluno

La mitica Pàtera di Castelvint

al nuovo museo archeologico di Belluno

La nuova sede del Museo archeologico in Palazzo Bembo a Belluno si appresta a diventare un vero fulcro della documentazione storica in provincia con reperti di vera ammirabile unicità. È il caso del piatto d’argento, noto come “Patera di Castelvint”, ritrovato a Mel sull’alta collina di fronte il Castello di Zumelle ed attualmente esposto al Museo archeologico di Venezia.

Il rinvenimento
«Erano gli anni delle grandi rifondazioni agricole in Italia – ci precisa Felice Isotton dei Piai – e, anche sulla collina sopra casa nostra, nonno Luigi riunì tutta la famiglia in un’opera di spianamento per ricavare nuovo terreno coltivabile. C’era infatti, in cima al luminoso colle un alto tumulo con i resti di un’antica chiesetta dedicata a San Lazzaro, che zia Maria soleva raggiungere tutti i giorni in un suo misterioso solitario pellegrinaggio.
A seguito di questi lavori si rinvennero parecchi reperti riferibili ad una ricca sepoltura d’epoca longobarda, attualmente custoditi al Civico di Belluno. Ma in particolare si rinvenne in una profonda buca (un pozzo sacro?) un piatto d’argento di rara bellezza. Consegnato alle autorità del tempo, venne risarcito con un compenso pari ad alcune bestie da latte. Oggi abbiamo una stalla piena con una quarantina di capi e coltiviamo, come un tempo, l’intera vallata che ci han lasciato i nostri avi».

Felice, con cinque figli e a tutt’oggi dieci amatissimi nipoti, fiero ci mostra l’affresco della meridiana che segna il tempo sulla parete a mezzogiorno dell’antica cucina col grande camino per la custodia dei salami , una delle attività che svolge con la moglie e il fratello Natale.

L’oggetto
Il piatto di Castelvint riveste un notevole interesse sia storico-artistico per la finezza e la preziosità della fattura sia per lo squarcio che apre su di un momento storico, il cosiddetto tardoantico, assai complesso e forse ancora poco conosciuto nei riflessi che ebbe sulle terre del Veneto. È in argento fuso a stampo, lavorato a cesello e a bulino e presenta un’affascinante e complessa scena figurata atta a rappresentare il mito legato ad Atena ed all’indovino Tiresia.

Due ancelle, infatti, aiutano la divinità in un bagno sacro in un ambiente di campagna fra i fiori, con armi, calzari, tunica ed elmo appoggiati a terra; unici elementi due colonnine ai lati, una con una tipica brocca col becco d’ambito celtico e sull’altra un’anforetta che versa acqua, tipica romana. Dalle rocce in alto spunta la figura di un armigero che spia inavvertitamente la scena. Con l’intimità delle divinità non si scherza tant’è che, con un rapido gesto della mano, vien lanciata la maledizione dell’accecamento allo sventurato.
Un’ancella, che era la madre del malcapitato, rimase sconvolta e tentò di chieder grazia tanto che venne concessa al giovine, nonostante la cecità, la facoltà diventare indovino. La cosa interessante dell’ambientazione fra le rocce è la presenza di un misterioso corso d’acqua che appare come da una sorgente e poco dopo scompare nuovamente . A suo tempo si identificò il prezioso reperto come un oggetto arrivato per vicende belliche in questi luoghi da ben più blasonate capitali e poi qui sepolto.

In realtà, fra le profonde valli rocciose che circondano la collina, si possono ancor oggi identificare curiose ed uniche stratificazioni ad onde che potrebbero aver ispirato l’abile cesellatore di quel tempo, consentendo quindi una interessante ed inedita chiave di lettura, cioè che la Patera potrebbe esssere nata alla corte di Castelvint e, dunque, preziosa produzione locale.

La Patera, restaurata sessant’anni dopo il ritrovamento grazie alla Banca Ambrosiano Veneto, all’interno del progetto “Restituzioni”, è stata esposta al Museo archeologico di Mel nella primavera del 1997, momento in cui sulla splendida collina si era realizzato un importante appuntamento culturale di valorizzazione del territorio. Esso era consistito nell’allestimento di una mostra, curata dallo scrivente, con opere en plein air in legno, pietra, metalli, vetri dipinti e trasparenti sull’ampio orizzonte e un evento pubblico al quale parteciparono istituzioni locali, l’ente regionale, i costumi del Palio di Feltre, armigeri in una mensa realizzata per variegati ospiti.

Tale occasione ha costituito l’opportunità di una serie di inediti studi con il contributo di vari esperti in campi differenti: la geologia con Armando Comin, l’archeologia con il principe Ottone D’Assia, l’astronomia con Giuliano Romano, l’antropologia con Eugenio Padovan, l’ambiente naturalistico con un progetto di Antonio Paulillo, la puntuale identificazione dei luoghi con Bruno Fontana.

Nella recensione artistica, a cura di Giulio Fajeti, si legge: “[…] perché tutta la Sua azione è sostanzialmente un recupero. Totale: di forma e di sostanza. Recupero di tradizioni, geologico, di storia, di materiali, di pensieri. Insomma, della nostra specificità culturale. Ridare ad un legno, ad un embrice, ad un frammento di metallo e a tutti i suoi materiali poveri ma onesti, autenticamente legati a questa terra la loro dignità, è frutto e manifestazione di grandissimo rispetto”.

Di questa esposizione temporanea che ha riscosso notevole interesse, oltre alle foto dell’evento, sulla collina rimane ad imperitura memoria un acciottolato con al centro un “kuerciàt” di metallo; a ricordo della considerazione che esso ebbe ai tempi del prezioso ritrovamento da parte dell’allora Podestà di Mel, il quale apostrofò il suo solerte cittadino con un “Cossa voléu far de cuèl qurciàt là…”, oggetto che fu gettato lestamente sotto un antico, e quello sì prezioso, mobile dell’ufficio. Il buon Piero si chinò se lo riprese… il resto della storia è noto.

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