Incontro Mafalda Canzio nella casa di Arson (la casa dei Susani), dove cerca di trascorrere non solo le vacanze estive. Mafalda è nata il 12 gennaio 1933 a Levanto (La Spezia), sua madre Maria Baldissera era originaria di Arson; ha trascorso tre anni della sua vita, dall’ottobre del 1942 alla metà di settembre del 1945, dalla nonna Amabile proprio in questo “piccolissimo paese del Veneto”, come lo descrive nel suo libro: “La mia guerra ad Arson”. Le chiediamo com’è nata l’idea di scrivere di questi tre anni.
«L’idea nasce proprio qui ad Arson, ero seduta fuori, ho pensato, prima di perdere la memoria, di lasciare ai miei nipoti la testimonianza di quegli anni. Sono venuta in casa, ho preso un quaderno di quelli vecchi di scuola e ho cominciato a scrivere, anche perché a scuola non ci hanno insegnato niente della guerra: ricordo ancora che i fascisti avevano impiccato tre persone a Porta Castaldi e facevano passare la gente di là come monito, una delle vittime era dalle “Montagne”, un povero Cristo che non sapeva parlare (probabilmente sordomuto) e non rispondeva alle domande, l’hanno portato giù e l’hanno ammazzato, che fastidio poteva dare?
Avevo nove anni, mia sorella Bruna tre in più e mia sorella Gianna tre in meno. Nell’autunno 1942 bombardavano Levanto e si viveva con tanta paura. La nonna Amabile aveva scritto a nostra madre: “Porta su le tose”, che quassù c’è meno pericolo. E così con un viaggio difficile siamo arrivate a Milano e siamo salite sul treno sbagliato che era strapieno, siamo scese dai finestrini io, le mie sorelle e mia mamma per poi prendere quello per Padova e poi su fino a Feltre, dove ci aspettava la nonna con un mugnaio che aveva un carro.
Quassù siamo andate a scuola, abbiamo aiutato la nonna nei lavori agricoli, d’estate saltavamo “i maruz” anche se ci sgridava e noi cercavamo di non buttarne giù neanche uno, saltavamo bene allora, le gambe erano buone! Si mangiava quello che c’era, la mattina era la “trula” (latte con farina gialla), la nonna ne dava una tazza anche a dei nostri coetanei vicini che stavano peggio di noi. Quando era l’ora si mangiavano pannocchie, fagioli bolliti insieme e con la buccia. Non c’erano lo zucchero e l’olio, solo strutto. La zia Emma era insegnante a Caerano San Marco e veniva ogni 15 giorni in bicicletta con lo zaino e il cestino carichi di cose da mangiare compreso il pane. D’inverno si andava con la slitta giù fino alla chiesa anche in otto o dieci, il gioco era quello anche se la nonna non ci lasciava. Maggio era il mese più bello, andavamo a Rosario tutte le sere ed eravamo più libere, le ragazze più grandi del posto cantavano e ci divertivamo con poco, nonostante la guerra».
Mi racconta poi del bisnonno sopravvissuto, a differenza di molti altri, e guarito a 97 anni allo scoppio di una bomba ritrovata mentre falciava: «Varda qua onde che i la à trata!».
Mi parla della foto che c’è sul libro, che ritrae le sorelle con i vestiti più belli di organza; la nonna le aveva portate a Feltre da Addomine. Della paura quando in casa sono arrivati prima i tedeschi e poi i fascisti e hanno buttato per aria tutto e preso quello che c’era da mangiare. Di quando un giorno vedono arrivare un uomo magro, provato, quasi irriconoscibile: era lo zio Bruno era stato prigioniero nei campi di concentramento in Germania.
Ancora commossa, mi parla dell’arrivo dei genitori verso la metà di settembre 1945, dopo tre anni che non li vedevano, e dell’incredibile viaggio di ritorno a Levanto, partendo a mezzanotte da Feltre a bordo di un camion a rimorchio che veniva dalla birreria diretto a Milano. Tra ponti distrutti, strade dissestate, attraversamenti a piedi e su barconi, treni, tutto raccontato nei particolari e con lucidità.
Alla fine del libro ha messo anche delle poesie che raccontava la nonna Amabile e che ancora oggi racconta ai nipoti e pronipoti.
«Sono vecchia, ma anche quest’anno sono riuscita a venire ad Arson, non ci speravo e ne sono felice!».