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La luna storta

Esperienze in Madagascar

La luna storta

Esperienze in Madagascar

Certe volte non sai che dire. Ci sono poche certezze nella vita, soprattutto se hai 22 anni. Che la luna cresca con la mezzaluna nella parte sopra è una di queste. Così, trovarti ad atterrare in un posto nel quale la luna, lei, la stessa che vedi da Mel, Santa Giustina, Feltre ha la mezzaluna nella parte sotto è un tantino spiazzante, perchè mina una delle tue certezze di occidentale. E di certezze da occidentali Ilaria, Tatiana, Elena ne hanno messe parecchie in discussione durante l’esperienza che, grazie al Centro Missionario di Belluno che i lettori del nostro giornale già conoscono, hanno fatto in Madagascar.

Ragazze, come vi è venuta l’idea di andare in Madagascar? «Noi è da un pezzo che volevamo partire, già prima del Covid eravamo rimaste molto colpite da un incontro che il Centro Missionario fece a scuola sulla possibilità di fare un’esperienza in missione. Quest’anno c’era un congiuntura astrale positiva: una pausa negli studi, una maturazione personale, la disponibilità di don Francesco ad ospitarci, il sostegno dei nostri genitori: abbiamo preso la palla al balzo e i biglietti per un viaggio di 28 ore dall’altra parte del mondo».

E perchè volevate andare proprio lì? «Perché è un’isola povera in un continente povero. Volevamo vedere un diverso modo di vivere e di intendere le cose, accompagnando il missionario nelle incombenze e negli incontri di ogni giorno. Prima di partire abbiamo fatto nelle nostre comunità una raccolta fondi che ci ha permesso di portare a destinazione medicinali e un contributo in denaro per le case famiglia e gli studentati che abbiamo visitato».

Come e con chi trascorrevate le giornate? «Accompagnando nel suo ministero quotidiano don Francesco (il prete diocesano che già l’anno scorso aveva ospitato i ragazzi della nostra diocesi, ndr) abbiamo vissuto con gli studenti privilegiati che possono frequentare l’Università, tutti maschi perché è una società fortemente maschilista. A Analavoka abbiamo incontrato anche cinque ragazze che avevano appena terminato la quinta elementare grazie alle pressioni di don Francesco presso le famiglie e che stavano per continuare il loro percorso di studi. Nella casa famiglia di Isifotra siamo state con i bambini ospiti. Abbiamo giocato con loro, cambiato e accudito i neonati e affiancato le suore nelle fatiche quotidiane come il bucato. Abbiamo frequentato le famiglie dei villaggi che vivono in capanne senza acqua né elettricità come fosse la cosa più normale del mondo, assistito a messe allegrissime, a cerimonie con 40 battesimi insieme, a un matrimonio e al culto dei morti».

Cioè a un funerale? «Non proprio. Il culto dei morti è una cosa che sta a metà tra un sacramento e una superstizione: consiste nel riesumare le ossa di un morto, grattarle dai residui di pelle e in un corollario di balli e riti che aiutano l’anima del defunto a congiungersi con il tutto. È una sensibilità fortemente animista, l’anima non va lasciata sola nel suo viaggio. Abbiamo assistito anche ad un funerale, dove si seppelliva il morto con dei soldi in bocca, come facevano gli antichi per augurargli un buon viaggio nell’aldilà».

Robe dell’altro mondo, insomma. «Sì: di un altro mondo si tratta. Non solo geograficamente ma anche culturalmente. Questa gente vive in assoluta povertà in un modo per noi inconcepibile ma è sempre lì che canta, balla, prega. Non ha un letto pulito e comodo né acqua calda o tre pasti al giorno ma la sensazione è che sia molto più felice di noi, della maggior parte della gente che conosciamo. Gente felice di stare dove sta, e che apprezza il poco che ha. Per loro le strane eravamo noi: per il colore della pelle, per lo stupore nel vedere le cose, per il fatto che eravamo ospiti inattese e tutti facevano a gara per farci delle foto. Delle vere attrazioni perché diverse».

È come per la luna con la curva in giù, alla fine: la diversità è questione di punti di vista.

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