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La latteria di Meano

una realtà all’avanguardia per i tempi

La latteria di Meano

una realtà all’avanguardia per i tempi

Il barone Carlo De Franceschi, sul finire del diciannovesimo secolo (1874), avvia quella che risulta essere anche la prima latteria del territorio comunale, per produrre formaggi e latticini vari, attrezzandola con strumenti per l’epoca all’avanguardia e precorrendo i tempi, avviando i propri operatori a corsi di formazione e aggiornamento.

Per dirigere il tutto, nomina quale rappresentante legale di fiducia Paniz Giovanni fu Vittore. Nei primi anni venti del secolo scorso (1921) si trasforma poi in latteria turnaria, arrivando a contare anche più di un centinaio di soci, che lavorano il latte per ottenere i suoi derivati: formai (formaggio), bùtiro (burro), puìna (ricotta) e schiz.

Principalmente per scopi commerciali, secondariamente anche ad uso familiare, essendo una quota riservata ai soci contadini, che, a turni stabiliti e coadiuvati dal casèr (casaro), lavorano il prodotto primario. Va ricordato che nel processo di lavorazione del burro si ricava la nida (latticello residuo della lavorazione del burro), che serve come purgante o per allungare il latte stesso.

Purtroppo un Decreto Ministeriale del 1975, che abolisce le cooperative strutturate come la nostra latteria, dopo ben 101 anni mette la parola fine a quello che sicuramente è stato uno dei perni dell’economia locale fino a quel momento.

La latteria era anche dotata di un regolamento con quattro articoli sintetici e precisi: conferimento del latte entro un’ora dalla mungitura, i recipienti dovevano essere ben puliti e stagnati, non era possibile unire due mungiture (ad esempio, mattino/sera o viceversa) o aggiungere latte di capra o pecora, infine potevano essere effettuate analisi a sorpresa anche nella stalla stessa senza preavviso da una Commissione, che comprendeva il casaro, e nominata dall’Assemblea Generale di anno in anno.

Oltre a tale regolamento, c’era pure un decalogo dei diritti e doveri dei soci. I principali erano il diritto di una cotta quando il socio arrivava ai due quintali, ma la facoltà di lavorare in comunione fra più soci. Nel giorno di turno della lavorazione il socio doveva provvedere a portare il combustibile (legna, fascine, ecc.). Il saldo veniva effettuato al termine dei conti finali. Il diritto al siero per i soci che lo richiedevano, ma pagato a quelli non consumatori. Il formaggio doveva rimanere in cantina per minimo una ventina di giorni.

Anche chi scrive ha avuto modo di fare questa esperienza: ricordo di aver trainato il carretto a due ruote con sopra le fascine, pur non avendo la stalla, per dare una mano ad amici dei miei genitori, che non perdevano occasione per mandarmi ad aiutarli.

Ricordo anche nitidamente, come fosse oggi, quanti di ritorno dal casèlo avessero i secchi pieni di quel liquido giallastro detto scòlo, usato poi per creare i pasti per il maiale, che ogni famiglia contadina allevava durante l’anno per poi fare salami e altro alla fine dello stesso.

Sicuramente il burro era il prodotto più prezioso, perché alla vendita era quello dalla resa maggiore; solo una piccola parte era riservata ai soci come descritto tra i diritti e doveri dei soci. Ricordo anche come siano stati sanzionati, se non anche espulsi dalla cooperativa, i soci che allungavano il latte con l’acqua, colti in flagranza dalla succitata Commissione.

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31/05/2024

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