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La Gusèla del Vescovà

la "vera" storia della sua nascita

La Gusèla del Vescovà

la "vera" storia della sua nascita

Un giorno lontano il Signore della Natura aveva inventato persino le montagne. Per quanto allora sembrassero inutili, egli non poteva non dirsi soddisfatto. Niente gli era riuscito meglio. Le aveva sparse un po’ dappertutto nel mondo. Un po’ qua, un po’ là. Non si poteva certo dire che avesse esagerato. Egli aveva usato come al solito il suo abituale equilibrio. Il mare, gli oceani, occupavano in verità gran parte del pianeta. Ma gli spazi emersi erano comunque grandi. C’erano le pianure, i colli. Ma le montagne, perdiana, erano quelle che gli erano riuscite meglio.

Anzi. In quella strana penisola che si spinge lungamente verso sud-est bagnata da vari mari, egli aveva collocato delle montagne che a settentrione ne segnavano i limiti. Qualche monte, giusto per non scontentare nessuno, l’aveva distribuito anche lungo quello stretto e lungo stivale. Ma di un gruppo di montagne situate a nord-est era giustamente fiero. Non aveva dato loro nessun nome. Ci avrebbero ben pensato gli uomini a chiamarle dapprima Monti Pallidi per via dei colori tenui, evanescenti, delicati, e più tardi Dolomiti.

Certamente questi monti erano i più belli tra quelli che aveva creato. Ne era pienamente consapevole. In essi aveva messo tutte le forme a sua disposizione. Torri, piramidi, coni, pale, accompagnati da canaloni, pulpiti, cenge, viaz. Ed anche tutti i colori. E aveva fatto in modo che gli stessi colori mutassero al mutare della giornata e del tempo e delle stagioni. Addirittura aveva fatto in modo che cambiassero a seconda dello stato d’animo di chi li guardava.

A nord di questo gruppo una montagna gli era riuscita particolarmente bene. Gli uomini l’avrebbero chiamata le Tre Cime di Lavaredo. Gli uomini un giorno si sarebbero cimentati lungo quelle pareti verticali e avrebbero affrontato e superato l’impossibile.

E che dire poi di quella montagna alla quale aveva donato un’ampia parete larga oltre sei chilometri? Proprio suggestiva. A quel tempo non c’era ancora, come ora, un lago ai suoi piedi in cui riflettersi.
Lui comunque aveva già tutto predisposto perché un giorno si verificasse una immane frana che lo originasse. E che dire infine di quel monte dal corpo voluminoso, compatto, che dominava tre vallate? Un altro capolavoro, un altro monumento, maestoso nel suo isolamento.

Più a sud, dove le Dolomiti si concludevano, iniziava la pianura e si elevavano dei colli, egli aveva però voluto riservarci il regalo di un’ultima montagna ricca di dignità. Anche il meridione, perbacco, doveva avere un monte che lo qualificasse. Tra tutte, la montagna, dalla quale scendeva lungamente una valle ricca di suggestioni, era forse quella che più gli piaceva. Sì, la sua fantasia qui si era sbizzarrita. E qui si era anche conclusa. Egli ci aveva messo davvero tutto. Non si era risparmiato. Il barocco conviveva col gotico, il romanico col monumentale, persino una parete immane sopra il selvaggio di una valle gli era riuscita bene. E poi quell’architettura così complessa, così varia, dove tutto era collocato al posto giusto, a monte di un anfiteatro ricco di verdi, di gole, di sorgenti, ove oggi sorge un rifugio.

Il Signore della Natura era proprio soddisfatto. Solo un piccolo neo, davvero piccolo, nient’altro che un vuoto. Dove il massiccio centrale si abbassava a sud-ovest, per poi dare inizio a quella serie di Pale, di torri, proprio lì, mancava ancora qualcosa. Diavolo, come aveva fatto a dimenticarsi? Di materiale non gli era avanzata che una matita, un ago. Ma 38 metri di ago di montagna sarebbero stati più che sufficienti. Quell’obelisco sarebbe stato visibile dalla pianura, persino dal lontano mare si poteva avvertire quella presenza. E anche da nord. A quel monte che gli uomini avrebbero chiamato S’ciara, S’ciara de oro, Schiara, si era aggiunta proprio alla fine la Gusela del Vescovà coi suoi 38 metri, una sentinella silenziosa, discreta che ancor oggi sopravvive alla sua sopravvenuta popolarità e alla sua dichiarata fragilità, sospesa sopra un abisso, ancorata con la sua suggestiva disperazione ai profili della montagna.

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