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La giazera del monte Ramezza

La giazera del monte Ramezza

Capita spesso che, gustando un buon caffè all’Osteria di Villabruna, arrivino a far colazione gruppetti di escursionisti che dal dialetto si identificano subito come trevigiani, vicentini o padovani. Dai loro discorsi entusiastici si capisce che hanno scelto di fare una escursione, solitamente sul San Mauro con omonima chiesetta ma anche in Val di San Martino e sul Ramezza, avendo letto la storia di quel magico luogo che è chiamato “La giazera”, molte volte citata per aver fornito il ghiaccio alla Birreria Pedavena dei F.lli Luciani nell’estate del 1921. Grazie alla collaborazione di Antonio Tatto di Lasen (scrittore, fotografo ed esperto  di montagna), ricostruiamo la storia, quella vera, perché in molti ne hanno scritto talvolta in maniera imprecisa, addirittura raccontando che il ghiaccio veniva portato a…Venezia!

Ghiaccio per la Birreria
Con l’occupazione austriaca del 1917 ci fu la requisizione di tutti i metalli, comprese le campane e anche alla birreria di Pedavena furono asportate caldaie, tubi metallici e impianti frigoriferi. L’opera di ricostruzione avvenne nel tardo 1918 da parte dei fondatori, i F.lli Luciani; dopo due anni riprese la produzione di birra ma mancavano gli impianti di refrigerazione; nacque quindi l’idea di cavare il ghiaccio dalla già allora nota “giazera di Ramezza”. Nel 1921 venne stipulato un contratto con “quei da Lasen” e cioè Giosuè Miniati e Umberto De Paoli per una fornitura giornaliera di 15 q.li di ghiaccio “della migliore qualità, esenti da neve”. Umberto si occupava della gestione dei cavatori e del trasporto a valle, Giosuè del trasporto dalla Val sino a Pedavena.
 
Taglio e trasporto
In fondo alla caverna il ghiaccio era solido, compatto e cristallino; veniva segato ovviamente a mano con il “segon” in blocchi da 35/40 chili, poi tirato in superficie e caricato sulle “musse” (robuste slitte di legno di frassino) e poi giù per il ripido  Peron, utilizzando nei tratti più esposti anche passerelle con alberi, tagliati giù in Ramezza: un viaggio difficile, faticoso e pericoloso. Ad ogni viaggio si trasportavano circa 250 chili, il prezioso ghiaccio era coperto da sacchi di iuta e da rami di abete e frasche, i trasportatori erano 8- 9 tutti da Lasen, partivano il mattino all’alba e arrivavano verso mezzodì; ad aspettarli le mogli con la polenta e il “formai”, poi risalivano per il viaggio del giorno dopo e trovavano la cena pronta, solitamente “menestron” condito col lardo.
 
Dalla Val di San Martino a Pedavena
Con carri e muli venivano trasportati i blocchi di ghiaccio, nuovamente ben coperti da sacchi e ramaglie. Giosuè Miniati e altri compaesani percorrevano la carrareccia della Val di San Martino sino a Vignui, per poi scendere a Pedavena e pesare quanto era rimasto. Questo contratto durò solo una stagione estiva perché poi la fabbrica finalmente poté dotarsi di impianti refrigeranti e i coraggiosi cavatori di Lasen dovettero tornare alle consuete attività: stalla con qualche mucca, capre e pecore (immancabile il maiale), fienagione sin sulle crode, legna nei boschi; era gente tosta e abituata alla fatica.
 

come arrivarci
Salendo dalla Val di San Martino partendo da Vignui, dove è visibile una bella fornace da calce restaurata con bravura (quota 691), si continua a salire verso l’ex malga Ramezza Bassa (quota 1149) per poi arrivare a malga Ramezza Alta con bivacco a quota 1.485 e poi in sinistra, prima del Fondrà, si incontra l’ingresso di una grande caverna, una voragine profonda una quindicina di metri, ove un tempo la neve resisteva perenne e sul fondo vi era ghiaccio cristallino. L’escursione è per esperti; si raccomando di consultare le numerose guide prima di avventurarsi e magari dormire al rifugio “Dal Piaz” lungo l’alta via n. 2, arrivando in Pietena, poi si scende sino alla grotta.

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