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La fabricheta de Paluch

antesignana dello smart working a S. Gregorio?

La fabricheta de Paluch

antesignana dello smart working a S. Gregorio?
La fabricheta dei Paluch

Non tutti sanno che ai Paluch di San Gregorio – specifichiamo, lato Ovest – nel piccolo abitato detto “Case Paganin”, dal nome degli antichi ed autoctoni abitanti lì stabiliti dal 1903, c’era una piccola fabbrichetta. A dire il vero, è stata una sorpresa anche per loro “riscoprirlo” quando un corriere nei giorni scorsi doveva fare una consegna e, chiedendo maggiori informazioni sull’indirizzo, chiedeva: «Ma voi state lì in quel gruppo di case dove c’è la fabbrichetta?» e Renzo Paganin, abitante del cortile, dall’altra parte del telefono: «No, no! Te te ha sbajà, no te se qua!».
L’altro: «Ma come no? Cartello “Benvenuti ai Paluch”, prima strada sulla sinistra».
E poi, giunto a destinazione, pacco su una mano e l’altra ad indicare: «Ma sì! Lì, lì! Lì c’è una fabbrichetta!».
Non è stato quindi difficile nemmeno per Renzo ricordare a cosa si riferisse il corriere. Circa trent’anni fa, a pochi passi dalla sua casa, a cavallo tra gli anni 80 e 90 un progetto imprenditoriale tutto femminile era stato iniziato proprio da sua cognata, Maria Pessotto, dalla cugina acquisita Rosanna Gris e niente poco di meno che da sua moglie Maria Rosa Orio.
Le cosiddette “donne del cortile”, quando ancora lo smartworking non esisteva, riuscivano a svolgere il lavoro di fabbrica in casa, o meglio nel garage di Maria e Remo Paganin, che oggi è diventato lo spazio di un’altra giovane famiglia “Paganin”. La ditta aveva anche un nome che rappresentava le tre componenti: “Rosemary”. Viene spontaneo pensare che sia fortunato il fatto che nessuna di loro si sia chiamata Osvalda, altrimenti sai che fantasia?

Come avete iniziato?
Mi risponde Maria, che aveva già sperimentato il lavoro a casa in Svizzera per una fabbrica di orologi e per fare delle lavette di spugna: «La proposta ci è arrivata da amici del Cadore. Inizialmente abbiamo fatto un po’ di formazione per imparare il lavoro, poi abbiamo cominciato l’avventura nella “fabbrica del sottoscala». Continua: «La stanza era grande e ampia, organizzata con un tavolo vicino alla finestra per la luce e “far svolazzare via” l’odore della colla. Poi avevamo un magazzino adiacente, me lo ricordo pieno di scatoloni, colla e pennelli. Io mettevo su le fodere e Maria Rosa e Rosanna mettevano la colla sull’astuccio. Era un lavoro di velocità e precisione, la colla asciugava subito!».

Qual era la vostra produzione?
«Noi facevamo degli astucci per una rinomata fabbrica che era locata a Vallesella e oggi trasferita in Alpago. La produzione era tanta, ma i colori erano sempre gli stessi: nero, bordeaux e marrone. Tutti colori scuri! Il lavoro arrivava a stock da dei corrieri, che ci consegnavano il materiale da comporre cucendo e incollando le parti mancanti direttamente a casa. Da quel momento avevamo un termine entro il quale restituire il lavoro finito. Abbiamo lavorato tanto, anche extra per soddisfare i tempi richiesti, ma è stata una bella soddisfazione e con questa formula siamo riuscite a seguire bene la famiglia».
Ti senti un po’ una “pioniera” dello smart working?
“No, era decisamente una cosa diversa. In quegli anni molte fabbriche praticavano il lavoro conto terzi e ciò permetteva alle donne una maggiore organizzazione e autonomia soprattutto per gestire la famiglia. Diciamo che è diverso dall’essere costretti per necessità di emergenza sanitaria, anche se il telelavoro esisteva già! Da un lato la differenza di guadagno rispetto all’essere casalinga era la cosa positiva, ma dall’altro il lavoro diventava doppio. Per questo motivo mi sento molto solidale con le mamme che oggi si trovano a lavorare da casa… sappiamo bene cosa vuol dire lavorare con i bambini piccoli che girano intorno!».

Perché avete deciso di lasciare questa avventura?
«Diciamo che è stata una conseguenza naturale del procedere delle nostre vite. Maria Rosa è stata la prima a lasciare, dopo circa un anno, ha cambiato lavoro. Abbiamo proseguito io e Rosanna negli anni a seguire. Dopo più di un decennio – dal 1982 al 1996 circa – sono riuscita a raggiungere la quota per andare in pensione e pertanto, quando mi è stato possibile, ho lasciato il lavoro da artigiana nelle mani di Rosanna che ha proseguito ancora per un po’ a casa sua mettendosi al lavoro con l’amica Dina Perenzin. Anche loro però verso gli anni 2000 hanno dovuto smettere a causa della delocalizzazione dell’azienda stessa».

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