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La corsa rosa… in rosa!

Michele Schena e il Giro d'Italia femminile

La corsa rosa… in rosa!

Michele Schena e il Giro d'Italia femminile

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uccede che, in vista del traguardo del mezzo secolo, mi assalga il desiderio di fare un giro con la bicicletta da strada, dopo aver sempre pedalato in mountain bike. Succede che, durante questo primo giro, mi ritrovi a dividere un tratto di strada con un simpatico signore col quale faccio conversazione per una decina di chilometri. Succede che il signore in questione si lasci scappare di far parte dell’organizzazione del Giro d’Italia Donne e tanto basta per chiedergli se avrebbe piacere di farsi intervistare. L’ho conosciuto così Michele Schena, classe 1946, brianzolo ma con forti legami con la Valbelluna visto che i nonni materni erano originari di Farra di Mel. Qui possiede ancora una casa e non appena gli è possibile, torna volentieri portandosi appresso la sua inseparabile bicicletta.

Il ciclismo è stata una tua passione fin da piccolo?

«Mi è sempre piaciuto andare in bicicletta, ma da bambino non ho mai pensato alle competizioni. La prima bici da corsa l’ho presa nel ’62 e con gli amici giravo nei dintorni di Como, Lecco e Varese. L’anno dopo ho iniziato con le gare e sono avanzato nelle varie categorie fino ad arrivare nei Dilettanti, coi quali ho corso per sei anni. Non avevo né il fisico né il tempo per allenarmi più di quello che facevo, però ho avuto la soddisfazione di gareggiare con Francesco Moser. La società della quale tuttora faccio parte, la S.C Genova 1913, è tra le più antiche società sportive di Milano.»

Come sei entrato a far parte del Giro d’Italia femminile?

«La passione per il ciclismo non mi ha mai abbandonato, sono diventato anche giudice di gara regionale nel 1985. Nel 2015 ho conosciuto l’organizzatore del Giro Donne che mi ha proposto di “salire a bordo” e ho accettato con entusiasmo. Sono stato inserito nella Segreteria Organizzativa. Il compito mio e dei miei colleghi è assistere le squadre negli intoppi che si possono verificare, come la perdita del numero, il cambio di contrassegno delle ammiraglie e cose simili. Siamo presenti alla partenza e all’arrivo.»

La struttura organizzativa è la stessa del Giro Uomini?

«Assolutamente no, fino a due anni fa praticamente tutti lavoravano su base volontaria, c’era solo il rimborso delle spese vive. Ora le cose stanno cambiando e temo che già dal prossimo anno non sarò più della compagnia.»

Come mai?

«L’attuale direttore generale, Giuseppe Rivalta, ha riportato ad alti livelli la manifestazione dopo un periodo in cui era decaduta. Nel 2020, causa covid, il Giro si è svolto a settembre ed è stato declassato in quanto la visibilità televisiva non è stata all’altezza degli anni precedenti. Grazie all’ingresso di una società che cura l’immagine, quest’anno il Giro è tornato nel circuito World Tour e la risposta del pubblico è stata talmente massiccia che RCS, la società che organizza il Giro Uomini, ha intenzione di far suo anche il Giro Donne e se questo dovesse succedere si avvarrà della sua struttura e dei suoi uomini. Faccio notare che il Giro d’Italia è l’unica corsa a tappe femminile che dura 10 giorni.»

Non hai mai contatti con le cicliste?

«Molto raramente, specie in questo periodo storico in cui le atlete sono chiuse all’interno delle loro “bolle”. Una volta partite, noi ci spostiamo con un camper che funge anche da ufficio nella città di arrivo, quindi non seguiamo la gara.»

C’è qualche episodio che ricordi particolarmente?

«Uno brutto, la caduta di Claudia Cretti nel 2017 a quasi 90 all’ora. Rimase in coma per giorni, ma fortunatamente si è ripresa e ora si allena per le Paralimpiadi. Uno divertente, quando l’autista del camper ha inserito nel navigatore, a Rovereto, il nome dell’Hotel al posto del nome della via e ci siamo ritrovati davanti al cimitero. Inutile dire che le battute si sono sprecate: quanto abbiamo riso!»

Pur rientrando nell’ambito del volontariato, immagino sia comunque un lavoro impegnativo…

«In effetti rimanere due settimane lontano da casa, fare e disfare le valigie ogni sera, stare con la testa sulle carte nei momenti “clou” è abbastanza faticoso, ma tutto è ampiamente ripagato dalla possibilità di vedere posti sempre nuovi, dalla collaborazione con persone che condividono la stessa passione, e dall’occasione di stringere la mano a qualche campionessa. Ma poi, come si dice… Hai voluto la bicicletta? E allora pedala!»

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