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La Benemerita a S. Giustina

Fotostorie di paese

La Benemerita a S. Giustina

Fotostorie di paese

I “Reali Carabinieri” operano nel territorio di S. Giustina dal 1880, con giurisdizione di controllo anche nei territori di Cesiomaggiore e S. Gregorio nelle Alpi; fin dai primi anni la loro presenza media è di quattro, comandati da un Brigadiere o Maresciallo. La sede della Stazione rurale di S. Giustina fu fissata in una casa di proprietà della Provincia acquistata dagli eredi di Muner Giuseppe, dove rimase per oltre 80 anni. Nella vecchia caserma gli uffici erano al piano terreno, a sinistra della porta d’ingresso, mentre a destra era stata predisposta una cella di detenzione con le finestre chiuse da grate di legno per ridurre al minimo il contatto dei detenuti con il mondo esterno, ma idonee a consentire una adeguata luminosità ed aerazione.
La caserma si presentò così anche ai battaglioni in transito durante la prima guerra mondiale, alcuni dei quali stazionarono negli ampi saloni del grande edificio di Salzan di S. Giustina, nell’attuale via Lodi, costruito negli anni 1884-88 per una grande latteria allora all’avanguardia.

Nella fotografia scattata durante la grande guerra che documenta la messa per i soldati celebrata nel cortile esterno dell’edificio di via Lodi, vicino alle stalle per cavalli e muli, si intravvede anche un carabiniere nell’allora uniforme ordinaria introdotta nel 1915, con il cappello alla “napoleonica” senza pennacchio, intento a svolgere compiti di vigilanza e polizia militare.

Nell’arma dei Reali Carabinieri furono arruolati nel secolo scorso per servizio di leva o di carriera numerosi santagiustinesi. Tra questi anche Umberto Agilulfo Bortolin, cui è intitolata la locale Sezione dell’Associazione Carabinieri in Congedo, nato nel giugno del 1883, figlio di Luigi e di Santa Salvadori.

Arruolato come carabiniere a piedi nel 1902 nella Legione Cagliari e dal 1907 nella Legione Verona con il ruolo di carabiniere a cavallo, fu congedato nel 1914 e richiamato per ragioni di guerra dal 1915 al 1918. Venne insignito con regio decreto del 14 settembre 1919 della medaglia di bronzo al V.M. con la seguente motivazione: “Inviato nelle ore in cui la pressione si faceva sentire a riunire i militari dispersi per ricondurli al combattimento, compiva l’opera sua in modo superiore ad ogni elogio, dando esempio di forte attaccamento al dovere e di grande sprezzo del pericolo. Capo Sile 15-26 giugno 1918”.

I muri della vecchia caserma dei carabinieri di S. Giustina, oltre a tante vicende umane, avrebbero potuto raccontare anche i tragici eventi del giugno 1920, anno esasperato da un diffuso e montante malcontento tra i lavoratori per lo stato di disoccupazione, per il ritardo di pagamento dei danni di guerra e dei salari a chi ne aveva diritto. Il disagio fu notevolmente amplificato dalla difficile situazione politica di allora in cui Sinistra e Destra si scontravano favorendo di fatto il successivo sviluppo del Fascismo. Ogni intervento, nei giornali o nei comizi, era infarcito di “sbirraglia Giolittiana, preti diffamatori e traditori dei lavoratori” da una parte e “bolschevichi, bandiere del Soviet” dall’altra. Nel giugno 1920 fu proclamato uno Sciopero Generale sotto la sigla “Pane e Lavoro” con varie manifestazioni e comizi in molti paesi della provincia.
Così si legge ne “L’Amico del Popolo”: “Il disagio era sentito da tutti; perciò un movimento generale di simpatia accolse questo sciopero… Aderì condizionatamente ad esso anche la nostra Unione del Lavoro, precisando i moventi economici e scindendo le responsabilità, raccomandando a tutti i suoi organizzati l’astensione da qualsiasi violenza… ben presto lo sciopero degenerò in movimento politico e per opera di mestatori fanatici e violenti si convertì in aperta ribellione all’ordine vigente ed in una serie di atti vandalici criminali e di violenze ingiustificabili”.
La situazione nel Bellunese divenne così tesa che portò a varie manifestazioni di violenza, la più grave a S. Giustina funestata da 4 morti, con una quarantina di feriti e l’arresto di 68 manifestanti: nella piazza si concentrarono manifestanti giunti dalla provincia che assalirono il municipio inutilmente, non essendoci in carica in quel periodo alcun sindaco; poi la canonica ottenendo scarsa soddisfazione dal Parroco nonostante che ” i caporioni pretendessero che baciasse il vessillo rosso ed altri più terribili propositi” ed infine si riversarono davanti alla caserma locale dei Reali Carabinieri, dove erano asserragliati tre carabinieri.
Il paese era isolato, i fili del telegrafo tranciati, il comandante era assente; per i carabinieri la paura cresceva. In preda al panico vi furono spari sulla massa di manifestanti urlanti che volevano impossessarsi sia dell’edificio che delle armi. Ne “L’Amico del Popolo” di sabato 3 luglio 1920 venne riportato: “lo scontro tra la forza ed i dimostranti fu terribile: in un primo momento la folla ebbe il sopravvento, si impossessò della mitragliatrice, disarmò i carabinieri, ma poi i rinforzi di truppa venuti da Feltre liberarono la caserma circondata e misero in fuga i dimostranti che lasciarono sul suolo 4 morti ed una quarantina di feriti”.
Unanimi furono le testimonianze di solidarietà nei confronti dei manifestanti coinvolti; tuttavia, visto che si sta parlando dell’Arma, le poche parole di appoggio nei confronti dei carabinieri travolti dagli eventi furono espresse dal settimanale: “Abnegazione, pazienza, fedeltà, coraggio caratterizzarono i nostri soldati, molti esposti per la prima volta, nella bardatura di guerra, ad affrontare le furie d’ una massa aizzata”.

Tornando a situazioni più ordinarie per il paese, la silenziosa presenza dei carabinieri è spesso documentata da fotografie di pubbliche manifestazioni, come in quella di agosto 1923 per la consegna della bandiera all’Associazione Madri e Vedove di guerra con due carabinieri in alta uniforme schierati alla destra del palco di un focoso oratore o in occasione delle celebrazioni per l’anniversario dei Patti Lateranensi sottoscritti l’11 febbraio 1929, con il Brigadiere ed un carabiniere in alta uniforme tra la folla ai piedi dei gradini della chiesa, parzialmente nascosti dalla bandiera. Lo stemma vescovile sul portone della chiesa è quello di S. E. Giosuè Cattarossi.
Nel maggio 1935, vicino al segretario comunale Nunzio Gorza, si vede il Brigadiere della stazione di S. Giustina tra balilla e cittadini a sorveglianza delle radio che diffondevano il discorso di Mussolini alla popolazione adunata davanti al Municipio in occasione della proclamazione dell’Impero dopo la campagna d’Abissinia.

Carabinieri della locale stazione sono immortalati anche in fotografie scattate durante manifestazioni religiose, come in quella scattata nel 1952 durante la prima visita pastorale ufficiale di S. E. Gioacchino Muccin, Vescovo di Feltre e Belluno (uno dei quattro militari presenti dietro ai paggetti sta parlando con l’allora sindaco Francesco Dal Pan, noto come Checco dei Mori) oppure in occasione di manifestazioni religiose come le processioni del Venerdì Santo e del Corpus Domini.

Ovviamente una massiccia presenza di alte uniformi si riscontrò negli anni ’70, in occasione dell’inaugurazione dell’attuale caserma di S. Giustina con la Banda Musicale del Corpo e drappelli di Carabinieri schierati davanti al Monumento dei Caduti, sotto l’occhio attento di qualche Generale, e la marcia a suon di musica fino alla nuova sede per la cerimonia inaugurale.
Tanti eventi importanti si sono sommati nei decenni all’ordinaria attività quotidiana dell’Arma, che comprende, ora come in passato, anche il controllo del traffico e della sicurezza nelle strade del paese, un tempo poco trafficate anche se non esenti da incidenti. La sorveglianza e sicurezza ha riguardato le varie manifestazioni sportive svolte nel territorio, come “quella volta che la strada statale, ora libera da passaggi ferroviari, venne interessata negli anni ’40 da una gara ciclistica di discreto prestigio lungo il suo vecchio tracciato che attraversava Formegan”.

A Formegan la statale incrociava i binari ferroviari e, in previsione dell’arrivo del treno, veniva sbarrata da robusti cancelli che non consentivano alcun passaggio. È facile intuire lo stato di agitazione del carabiniere di controllo quando, poco dopo il passaggio dei primi ciclisti in fuga, il casellante chiuse i cancelli con largo anticipo rispetto al transito del treno, fermando di fatto il grosso del gruppo che, tra urla ed imprecazioni varie, decise di infilarsi in ogni minimo varco o di scavalcare lo sbarramento, nonostante l’agitarsi dal carabiniere che correva di qua e di là, alzando le braccia e tentando di bloccare i contravventori del divieto, ma contestualmente spiegando a tutti quelli che lo insultavano che “non era lui il responsabile della situazione ma che doveva esercitare il dovere di garantire il divieto di transito a sbarre chiuse per la sicurezza dei ciclisti e di quanti si adoperavano ad aiutarli e… e… evviva Binda, evviva Guerra, evviva Girardengo…evviva l’Italia!”.

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